Il Pd conferma le primarie, ma il partito in grande fibrillazione

Pubblicato il 03 marzo 2017 da ansa

L’assemblea del Pd nella polemica

ROMA. – Nessun rinvio: le primarie si faranno, come previsto, il 30 aprile. Lo dicono tutti i dirigenti del Pd. Ma è una delle poche certezze, nel mezzo della bufera. Perché l’inchiesta Consip manda in subbuglio il partito e avvelena le primarie. Ed è l’ora delle accuse reciproche e dei sospetti incrociati, all’ombra del Nazareno.

“Renzi ha rovinato sé stesso, il partito, che ha trasformato in un sistema di potere, e forse l’Italia”, attacca Michele Emiliano. Mentre i renziani, mai così preoccupati, provano a respingere l’assedio e bollano come “sciacallaggio” le richieste di dimissioni di Luca Lotti.

“Stanno provando a liquidare il Pd. C’è chi gioca allo sfascio, fuori e dentro”, dichiara Matteo Orfini, tratteggiando i contorni di un attacco concentrico. Più di uno tra gli uomini vicini a Matteo Renzi è convinto che sia lui, l’ex premier, il bersaglio.

“Non credo ai complotti ma in questi giorni si creano tensioni ad hoc”, dice l’ex segretario, in un’intervista tv “a viso aperto” che registra nei minuti in cui il padre Tiziano esce dalla procura di Roma dopo l’interrogatorio. Sull’inchiesta dice che se il padre è colpevole deve pagare “il doppio” degli altri.

Ma intanto prova a portare il dibattito fuori dalle pieghe dell’inchiesta: di fronte alle polemiche gli viene “ancora più voglia”, afferma di “rilanciare” a partire dal Lingotto dove tratteggerà, annuncia, il “programma dei prossimi mille giorni per un Pd motore del cambiamento”. Dritti verso il congresso il 30 aprile, con una campagna “in tandem con Maurizio Martina e una squadra con stesso numero di uomini e donne”.

Quanto alla data del congresso, “nessun alibi per rinviare la discussione”, afferma Renzi. Con un messaggio che è insieme una stoccata agli avversari e un segnale di saldezza ai sostenitori interni. Perché tra chi ha deciso di sostenere il segretario uscente al congresso la preoccupazione in queste ore ha raggiunto livelli di guardia.

Dario Franceschini smentisce con fermezza, anche a nome di Piero Fassino, una presunta proposta, a lui attribuita sui giornali, di far slittare il congresso. E gli esponenti di Area Dem confermano l’appoggio all’ex premier. “Del resto non mi pare abbiano alternative”, sibila un renziano.

Ma due timori su tutti tengono banco tra i parlamentari. Il primo è che, se la posizione processuale del padre Tiziano dovesse peggiorare, qualcuno potrebbe arrivare a chiedere il ritiro della candidatura dell’ex segretario. Il secondo è che alle primarie (dove l’affluenza potrebbe essere bassa) Renzi arrivi così fiaccato da non raggiungere il 50%. A quel punto il segretario si eleggerebbe in assemblea e qualcuno dei suoi, come i franceschiniani (sempre loro i sospettati), potrebbe sostenere ad esempio Orlando.

Altro fronte caldo è quello della sfiducia a Luca Lotti. Renzi lo blinda, il governo lo sostiene, ma nel partito c’è chi rompe gli argini. Gianni Cuperlo invoca un passo di lato, Emiliano chiede che tolga il Pd dall’imbarazzo e Massimo Mucchetti arriva a parlare di “subalternità dell’attuale leadership Pd verso circoli opachi come quello che si stringe attorno al massone Bisignani”.

Questi attacchi, contestano i renziani, sono esempi di “sciacallaggio” di chi tradisce la tradizione garantista che è sempre stata della sinistra.

Confermate le primarie il 30 aprile, intanto, gli sfidanti di Renzi proseguono la loro campagna. Andrea Orlando, che da ministro della Giustiza non entra nell’inchiesta Consip, attacca sul caos tessere: “Non mi arrendo ai pacchetti di tessere, voglio il sostegno alle primarie perché sono l’occasione per gli iscritti di far sentire la loro voce”.

Ma è Emiliano il più duro, parla di sistema di potere, e ostenta sicurezza: “Mi piacerebbe vincere con 52%, mi piacerebbe che Renzi rimanga”. L’ex premier però non entra in polemica: “E’ una bellissima sfida e io non parlo male degli altri. A differenza di altri”.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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