Il governo della Gb tira diritto e vara il “bilancio della Brexit”

Brexit, Theresa May
(ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

LONDRA. – Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà. Chissà se il conservatore Philip Hammond, cancelliere dello Scacchiere nel governo britannico di Theresa May, ha mai letto il comunista Antonio Gramsci: ma certo è a quel motto arcinoto che sembra ispirare la finanziaria 2017 del regno, la prima dopo il referendum sul divorzio dall’Ue, presentata ai Comuni nella prospettiva d’una Brexit considerata come un destino ormai segnato.

A dispetto del colpo di freno (reversibile) dato dalla Camera dei Lord con l’approvazione di un emendamento alla legge sul via libera al negoziato di divorzio dall’Ue che – se mai restasse in vigore – attribuirebbe al parlamento una sorta di diritto di veto. Il bilancio è segnato da un dato ancora confortante della crescita del Pil, aggiornata al rialzo dall’1,4 all’2% almeno per l’anno prossimo, ha sottolineato Hammond evocando appunto un messaggio “ottimista” sulla Brexit.

Ottimismo “senza compiacimento”, tuttavia, temperato dalla consapevolezza che “le difficoltà” non mancheranno fin dalla transizione negoziale che il governo intende innescare entro marzo. In un contesto in cui i timori di recessione rimangono lontani, ma il trend positivo viene ridimensionato a un +1,7% già nel 2019 (contro le stime precedenti del 2,1), per tornare in linea di galleggiamento nel 2021, se tutto andrà bene.

E intanto l’inflazione cresce: al 2,4% nel 2017, con l’auspicio di un ritorno al 2 dal 2018. Nel complesso la manovra del tandem Hammond-May si configura dunque nel segno della cautela, testimoniata fra le pieghe del testo da un accantonamento d’un cospicuo fondo di riserva per le emergenze: 26 miliardi di sterline calcolati giocando sul tetto del deficit, di cui non dovrebbe essere speso neppure un penny.

Ma testimoniata anche, nero su bianco, da un incremento immediato di tasse (sui contributi sul lavoro autonomo, oltre che su alcolici, tabacco e altro) a copertura di qualche spesa sociale aggiuntiva (2 miliardi in 3 anni); di un limitato aumento di stanziamenti per la devolution (allargata a Londra); del controverso rilancio delle ‘grammar schools’ (simbolo d’istruzione elitaria); per i primi aiuti a settori del business in preda all’incertezza (con annesso sollievo ai pub in crisi).

Resta poi pendente la spada di Damocle di ulteriori interventi fiscali e tagli futuri, a tutela del rivendicato equilibrio dei conti pubblici: secondo un approccio che fa gridare il leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, allo scandalo di una nuova “austerity” e d’un’economia che tira, finche’ tira, tagliando pur sempre fuori “milioni di persone”.

Hammond in ogni modo guarda avanti, giurando sulla sostenibilità d’un bilancio destinato a suo dire a por le basi di “un Paese più forte, più equo e migliore” fuori dall’Ue. Le somme si tireranno alla fine, quando potrebbe essere troppo tardi per ripensarci. Ma per ora l’impianto della manovra rivela che May si sente salda in sella. Alcuni ministri, scrive il Times, starebbero cercando addirittura di convincerla a valutare l’azzardo delle elezioni anticipate, per capitalizzare il consenso che il clima della Brexit pare tuttora garantirle e per approfittare di un Labour “a pezzi”.

Downing Street, però, ha escluso questa strada. Lady Theresa è convinta evidentemente di non averne bisogno e di poter seppellire in un solo giorno gli emendamenti dei Lord (dopo aver silurato a tamburo battente dalla carica di consigliere del governo il vecchio ribelle Michael Heseltine, raro Tory europeista) con la votazione finale ai Comuni di lunedì 13. Per poi avviare davvero il suo testa a testa con Bruxelles. A mani libere.

(di Alessandro Logroscino/ANSA)