Petrolio in picchiata, vacilla l’accordo tra i produttori

ROMA. – La ricerca di un accordo globale per contenere la produzione di petrolio e sostenere i prezzi vacilla sempre più. E i nuovi segnali, provenienti dall’Arabia Saudita, da Mosca e dagli Usa suggeriscono ai rialzisti del greggio di stare alla larga: il barile precipita a nuovi minimi dall’accordo raggiunto dall’Opec a novembre. Dopo una corsa durata tre mesi che aveva riportato le quotazioni a un soffio dai sessanta dollari grazie a quell’intesa che limitava la produzione, il barile si è sgonfiato.

La scorsa settimana è sceso sotto i 50 dollari, oggi ha nuovamente innescato la retromarcia con il Wti che perde l’1,76% a 47,55 dollari e il brent londinese a 50,64 dollari, -1,38%. Gli investitori, e fra loro numerosi hedge fund che avevano costruito posizioni speculative rialziste che ora stanno smontando, guardavano fiduciosi all’accordo nato ad Algeri, poi esteso anche ai grandi produttori estranei al cartello petrolifero come la Russia, una cosa che non succedeva da 15 anni.

Era dicembre e il ministro saudita del Petrolio, Khalid al-Falih, prometteva “con assoluta certezza” di tagliare più di quanto concordato all’Opec. Qualcosa è andato storto. “Non ci faremo carico di chi non ha pagato il biglietto”, tuona adesso al-Falih riferendosi ai Paesi che non si sono adeguati all’accordo: l’Arabia Saudita ha riportato la propria produzione sopra i 10 milioni di barili al giorno a febbraio, al di sotto della quota dell’accordo di novembre, ma un pesante avvertimento a chi non si adegua.

A partire dalla Russia, passando per l’Iraq e gli Emirati arabi uniti. Non si è fatta attendere la replica di Mosca: è “troppo presto” – dice il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov – e “non vi è alcuna posizione comune” per estendere gli accordi sul tetto di produzione di petrolio, che scadono a maggio e su cui l’Opec si prepara a un’arroventata riunione il 25 di quel mese.

Secondo Mosca ci sono voci di cambiamenti nell’orientamento dell’Opec. E “i produttori di petrolio di scisto stanno mettendo una certa pressione sul mercato”. Parole rivolte ai produttori Usa di ‘shale oil’, che stanno velocemente aumentando la propria produzione con una crescita “piuttosto aggressiva”, denuncia Mosca. La produzione di questo greggio non convenzionale sarà di 4,96 milioni ad aprile, il massimo di un anno, secondo l’amministrazione Usa.

Uno scambio di accuse che non fa ben sperare sul rinnovo dell’accordo, e neanche sulla messa in pratica reale di quello stretto l’anno scorso. Ciascuno teme, diminuendo la propria produzione, di sostenere i prezzi a vantaggio degli altri e regalare loro quote di mercato. Se oggi l’Opec ha fatto sapere di aver tagliato di 139.500 barili al giorno a febbraio, le scorte Usa continuano a correre (sarebbero salite a tre milioni di barili la scorsa settimana secondo un sondaggio della Bloomberg sui dati ufficiali di domani).

(di Domenico Conti/ANSA)

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