Flynn pagato migliaia di dollari da società russe

L'ex Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Michael T. Flynn
L’ex Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Michael T. Flynn

NEW YORK. – Michael Flynn, l’ex consigliere alla sicurezza nazionale di Donald Trump, è stato pagato decine di migliaia di dollari – almeno 50 mila – da parte di diverse società russe. Il tutto fino a poco prima che Flynn diventasse uno dei più stretti collaboratori della campagna elettorale del tycoon.

Lo rivela il Wall Street Journal, sulla base di alcuni documenti ottenuti in Congresso da chi indaga sui possibili legami tra il presidente americano e Mosca. Flynn, ex generale in pensione, sarebbe stato pagato almeno 11.250 dollari l’uno da una società russa di trasporto aereo nel settore commerciale e da una società russa che opera nel settore della cybersicurezza.

Due imprese il cui scopo sarebbe stato quello di espandere il proprio business col governo federale degli Stati Uniti. Anche l’emittente televisiva Rt, vicina al Cremlino, avrebbe pagato a Flynn 33.750 dollari per parlare della politica estera americana e di questioni di intelligence nel corso di una conferenza a Mosca.

Trump è stato costretto a ‘licenziare’ Flynn alcune settimane fa quando vennero alla luce i suoi contatti, mai rivelati prima, con l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kisliak. Contatti nel corso dei quali si sarebbe parlato anche della possibilità di ammorbidire le sanzioni economiche varate dall’amministrazoione Obama contro Mosca.

L’attesa è ora per la giornata di lunedì, quando il numero uno dell’Fbi, James Comey, e altri funzionari ed ex funzionari dell’amministrazione dovrebbero testimoniare in Congresso proprio sul delicato tema dei possibili legami tra Donald Trump e la Russia e sulle possibili interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali americane del 2016.

Un’indagine dalla quale è escluso il ministro della giustizia Jeff Sessions, fedelissimo del tycoon, anche lui costretto a fare un passo indietro per gli incontri con l’ambascioatore Kisliak di cui aveva taciuto in Senato.