Gentiloni prepara il vertice di Roma: “Più Ue contro i populismi”

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la colazione offerta ai Presidenti dei Parlamenti dell'Unione Europea in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la colazione offerta ai Presidenti dei Parlamenti dell’Unione Europea in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma.

ROMA. – Più Europa contro i populismi. Più integrazione, ma senza che questo comporti divisioni, per dimostrare che l’Ue, di fronte alle sfide delle diseguaglianze, dei flussi migratori, della sicurezza comune, non resta “in surplace”. E’ una voce unica quella che, in occasione della conferenza dei Presidenti dei Parlamenti Ue, si leva dall’Italia che si prepara al vertice del 25 marzo.

Una voce critica ma che, allo stesso tempo, ribadisce tuttavia l’ineluttabilità del ruolo dell’Ue nel mondo: “questo è il momento di difendere i nostri valori per evitare di dover rimpiangerli”, è il monito che arriva dal premier Paolo Gentiloni. Il presidente del Consiglio chiude una giornata tutta all’insegna dell’Europa: prima alla Camera e poi al Senato arrivano i presidenti dei Parlamenti nazionali dei Paesi membri. Con loro anche i vertici delle istituzioni europee: dal presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, al presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani fino al vice presidente della Commissione europea Frans Timmermans.

E’, di fatto, la giornata che apre le celebrazioni del 60/anniversario dei Trattati. Una giornata che prevede anche una colazione al Quirinale dove il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sceglie di intervenire con un breve ma serrato discorso. “L’Europa non può rinunziare al suo ruolo nel mondo facendosi più piccola”, è il messaggio che arriva da Mattarella. E il capo dello Stato, se da un lato non nasconde “i limiti” di una costruzione europea “largamente migliorabile”, dall’altro sottolinea: “le critiche” all’Europa, “a volte sono ingenerose e infondate”.

Nel frattempo, da Bruxelles, arriva la notizia di un compromesso vicino sul punto più spigoloso del documento di Roma, quello delle “due velocità”. E Gentiloni, non a caso, sottolinea come l’Italia “non accetterà che si scelga una divisione tra Europa di serie A o di serie B”. Più semplicemente, ribadisce, “non vogliamo che la velocità di quest’Europa sia stabilita dai Paesi più riluttanti in questo percorso”.

Del resto, osserva Gentiloni, la possibilità di una cooperazione rafforzata è già prevista nel Trattato di Lisbona. Eppure, nonostante la necessità di un compromesso, da Roma arriva forte la spinta perché il vertice del 25 marzo dia delle risposte. “Non siamo indulgenti verso la riscoperta identitaria, i nazionalismi e la riscoperta delle ostilità tra Paesi”, scandisce Gentiloni mentre, in mattinata, è la presidente della Camera Laura Boldrini a utilizzare parole parimenti nette:

“E’ paradossale prospettare la disgregazione dell’Unione e il ritorno ad assetti istituzionali ottocenteschi! Occorre reagire, ponendo al centro il rinnovamento della nostra casa comune, ‘Europe first'”, è il messaggio che Boldrini consegna ai suoi omologhi europei.

“Alzare muri fisici, ideologici, morali è la negazione della nostra storia e non paga”, incalza il presidente del Senato Pietro Grasso auspicando la ricostruzione di un” clima di serenità e fiducia tra i governi dei Paesi membri”. Parole che arrivano all’indomani di un voto, quello olandese, celebrato da più voci a Roma.

Ma con un’ombra: quella dei populismi che avanzano in Francia e Germania, due ‘big’ dell’Ue dove, a breve si andrà alle urne. Tanto che l’ex presidente Giorgio Napolitano richiama la necessità di una chiarezza su punti chiave come “l’integrazione più stretta contro il pericolo dei nuovi nazionalismi, che fanno tutt’uno con la demagogia fuorviante e nullista dei movimenti e partiti populisti”.

Mentre un altro ‘grande ex’, Romano Prodi, nell’Aula Montecitorio rivolge all’Ue quasi un’ultima chiamata: “siamo entrati in un periodo di stanchezza, il senso comunitario si è affievolito. Abbiamo bisogno di altre umiliazioni, di essere emarginati ancor di più per poter reagire?”.

(di Michele Esposito/ANSA)

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