Unione Europea, sessant’anni e li dimostra tutti

Pubblicato il 18 marzo 2017 da ansa

BRUXELLES. – 60 anni. C’è chi non li dimostra e chi, come l’Unione Europea, mostra tutte le sue rughe e smagliature ed appare sull’orlo del precipizio. Nove mesi fa, il referendum del 23 giugno per la Brexit ha sancito che la costruzione dell’Europa sempre più grande, integrata e tendenzialmente federalista è finita. L’ elezione di Donald Trump ha dimostrato che nulla è eterno, neppure l’amicizia incondizionata degli Stati Uniti. Il sultano turco Erdogan annuncia “guerre di religione in Europa”.

E sabato prossimo a Roma i 27 leader europei restanti celebreranno il 60/o anniversario del primo Trattato europeo con una Dichiarazione che ribadirà la necessaria fiducia nel progetto europeo, pena l’irrilevanza dei singoli paesi nel contesto geopolitico futuro. Ma segnerà anche la nascita di una Ue diversa da quella che finora abbiamo conosciuto.

In una Roma sotto misure di massima protezione, la prossima settimana sono attesi una quarantina tra capi di stato e di governo. Che avranno anche un’udienza privata con Papa Francesco. Tra gli appuntamenti, della vigilia venerdì pure il summit straordinario ‘tripartito’ con le parti sociali europee per lo sviluppo del pilastro dell’Europa sociale, che la Germania ed altri paesi nordici però continuano a vedere foriero di spese comuni sgradite (ad esempio per un altrimenti plausibile ‘Fondo europeo per la disoccupazione’). Tutti i leader europei saranno quindi al Quirinale, ospiti del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Tutte occasioni di approfondimento e riflessione per il rilancio della Ue. In cui la questione delle “diverse velocità” è cruciale, non tanto nelle parole quanto nei fatti visto che la Ue affronta contemporaneamente tre sfide gigantesche: la morsa Usa-Russia che ne vorrebbe il ridimensionamento soprattutto a causa del suo modello di “economia sociale di mercato”, la crisi di migranti e rifugiati da Medio Oriente ed Africa, il terrorismo ed il confronto con l’Islam e la Turchia sul punto di passare dallo status di candidato Ue a suo avversario.

Tre minacce che arrivano nell’anno delle tre sfide elettorali col populismo di destra, amico di Trump e foraggiato dal Cremlino. Dopo l’Austria che ha scelto il presidente Verde ed europeista, l’Olanda ha detto ‘no’ all’islamofobo Wilders, ma ha visto nascere un ‘partito antirazzista’ pro-Islam e pro-immigrati che potrebbe diventare l’opposta fazione del Pvv.

Il premier olandese Mark Rutte, che ha vinto le elezioni grazie anche all’attacco di Erdogan in cui si è saputo mostrare “statista” ed ha smantellato la retorica da social di Wilders, ha definito le elezioni olandesi come i quarti di finale del torneo europeista contro il populismo. Calcisticamente non corretto. Era la semifinale e l’andata della finale si giocherà in Francia tra il 23 aprile del primo turno ed il 7 maggio del ballottaggio. Il ritorno, in Germania a settembre.

Ma per sopravvivere la Ue deve vincere sempre. “L’Ue senza Francia o senza Germania è impossibile, non ha senso” ha detto a ‘La Stampa’ il primo vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, olandese del Labour quasi azzerato mercoledì scorso.

Nella ‘Dichiarazione di Roma’, che lunedì avrà l’imprimatur degli sherpa dei 27, è stato limato il linguaggio per minimizzare la volontà espressa a Versailles da Francia, Germania, Italia e Spagna – ovvero i 4 grandi d’occidente – di andare avanti a “più velocità”. Il ‘wording’ della bozza è stato attenuato affinché sia digeribile anche per la Polonia (che ha beccato 27-1 nello scontro sulla conferma di Donald Tuska a presidente del Consiglio europeo) e per Romania e Bulgaria (che continuano a restare sulla porta chiusa di Schengen). Che temono di precipitare in una Ue di serie B.

Il testo sarà sufficientemente vago da permettere che sia firmato da tutti i 27 leader, all’insegna della “unità” che secondo Tusk è il principale messaggio da dare per ora. Il vero futuro sarà disegnato nel vertice di dicembre, una volta superati tutti gli ostacoli elettorali. Quello che è certo è che per ora i 27 sono davvero d’accordo su un solo punto: il progetto di rilanciare, integrare e sviluppare l’industria europea della difesa. “E’ l’unico che fa gola a tutti e sul quale si sono gettati tutti senza riserve” confida una fonte militare europea all’ANSA.

Poi c’è sufficiente accordo sulla politica esterna dell’immigrazione, sulla difesa del libero commercio. Ma sono profonde le divisioni sulla gestione interna dell’immigrazione, sulla solidarietà mancata dei paesi dell’est, sulla revisione dei principi di bilancio di cui l’Italia è capofila per inchiodare i ‘beneficiari netti’ all’obbligo di solidarietà.

(di Marco Galdi/ANSA)

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