Google tutela gli inserzionisti, mai più spot in video d’odio

ROMA. – Dall’odio che dilaga online bisogna proteggere non solo gli utenti ma anche gli inserzionisti, quelli che in ultima istanza alimentano le casse delle internet company. Ecco perché Google ha messo mano agli strumenti che regolano la pubblicità online, impegnandosi affinché gli spot non finiscano più accanto a video o articoli “non allineati ai valori” dell’azienda che si reclamizza.

L’intervento per contrastare l’odio online e per garantire “salvaguardie ampliate agli inserzionisti” è arrivato in fretta e furia dopo che nei giorni scorsi istituzioni e grandi aziende britanniche avevano ritirato i loro annunci su YouTube, come protesta contro i video estremisti cui erano stati casualmente associati gli spot.

Il cambio di rotta è stato annunciato sul blog di Google dal direttore commerciale Philipp Schindler: “A partire da ora stiamo assumendo una posizione più rigida nei confronti dei contenuti d’odio, offensivi e denigratori”.

In pratica la compagnia di Mountain View procederà alla “rimozione più efficace della pubblicità da contenuti che attaccano o molestano le persone in base alla loro razza, religione, sesso e categorie simili”. L’azienda non si limiterà a rimuovere gli spot, ma affronterà una revisione delle linee guida per “determinare quali contenuti sono consentiti sulla piattaforma, non solo quali sono monetizzabili”.

Tradotto: se un video è discriminatorio non solo non beneficerà delle entrate pubblicitarie, ma non avrà diritto di albergare su YouTube. Nella guerra all’odio online, a tutela degli internauti, Google la settimana scorsa ha schierato un esercito di 10mila ‘valutatori’, incaricati di segnalare i siti con contenuti offensivi che finiscono tra i risultati delle ricerche sul web.

L’obiettivo è togliere visibilità a chi usa la rete per spargere insulti e violenza, grazie a modifiche degli algoritmi che decidono cosa mostrare all’utente quando cerca informazioni. A dover essere tutelati sono però anche gli inserzionisti, che rappresentano l’anima del commercio: Alphabet, la casa madre di Google, nell’ultimo trimestre del 2016 ha registrato ricavi pubblicitari per 22 miliardi di dollari.

Un patrimonio che potrebbe essere messo a rischio da una collocazione sbagliata degli spot, come avvenuto con quelli di L’Oreal o dell’agenzia londinese dei trasporti: finiti accanto ai video dell’esponente dell’estrema destra Usa Daniel Duke, ex membro del Ku Klux Klan e negazionista della Shoah. Per questo, oltre a impegnarsi in prima persona, Google darà in mano agli inserzionisti una serie di strumenti attraverso cui poter decidere dove far apparire i propri spot.

(di Laura Giannoni/ANSA)

Condividi: