Venezuela, rientrato il “Golpe” ma resta la repressione

Rientrato, ma solo parzialmente, il colpo di Stato; resta la repressione. La pressione internazionale e l’intervento della Procuratrice Ortega Díaz hanno obbligato la Corte Costituzionale, che aveva usurpato il ruolo del Parlamento e concesso al presidente della Repubblica poteri illimitati, ad un parziale dietro front; solo parziale poiché il Parlamento resta prigioniero della sentenza che lo accusa di “ribellione”.

La mossa della Corte, che molti hanno definito “gattopardiana”, riporta di nuovo il Paese allo stallo esistente prima delle sentenze 155 e 156. E, cioè, al confronto tra Esecutivo e Legislativo; tra “Partido Socialista Unido de Venezuela” e “Tavolo dell’Unità Democratica”; tra filo-governativi e Opposizione. In altre parole, al Paese in cui il dibattito politico è pressoché inesistente.

La polemica sentenza della Corte, che ha fatto scattare l’allarme internazionale e permesso alla Procuratrice di prendere posizione, ha messo in luce le crepe esistenti in seno al “chavismo”. Questo, nonostante le tante frange dissidenti, nei momenti difficili aveva sempre mostrato una unità a tutta prova. Ora, pare, che qualcosa stia cambiando.

La decisione della Corte, d’altro canto, ha dato nuovo ossigeno all’Opposizione che ha ritrovato una coesione di fronte ad un pericolo comune. Messe in cantina le aspirazioni egemoniche, le gelosie, e i vari “caudillismos”, i leader dei movimenti che coesistono in seno al Tavolo dell’Unità, hanno di nuovo trovato una ragione per restare uniti, in mancanza di un programma comune che possa cementare le alleanze transitorie.

Se il “golpe” sembra rientrato, la repressione resta. Anzi… La manifestazione indetta dall’Opposizione non ha potuto raggiungere l’Assemblea Nazionale. Che non vi sarebbe riuscita era prevedibile. A bloccarla e a reprimerla con la consueta violenza ci hanno pensato la Polizia Bolivariana, la Guardia Nacional ed alcuni “colectivos”.

Il bilancio, circa una decina di feriti. Anche i membri del Parlamento, tra questi Julio Borges, Henry Ramos Allup, Richard Blanco – ricoverato in clinica ed immediatamente trasferito nel reparto di terapia intensiva -, Carlo Paparoni, non sono scappati alle conseguenze dell’azione della Polizia Bolivariana e dei “colectivos”. Ma non è tutto.

La repressione negli ultimi giorni è aumentata coinvolgendo addirittura Copei o quel che resta della vecchia Democrazia Cristiana venezuelana. Ed infatti, Roberto Enríquez, presidente di Copei, è stato arrestato con l’accusa di “tradimento alla Patria” e istigazione alla violenza. Arrestati, con la stessa accusa, anche il colonello Ricardo Somascal, il capitano Angel Heredia e Eduardo Vetancourt. Stando al Foro Penal Venezolano, autorevole Ong, i detenuti politici sono ora 117. Tra questi, anche i connazionali Ledezma, Grossi, Croato e il giovane Baduel.

La crisi politica che vive oggi il Paese è seguita attentamente dal Mercosur e dall’Osa. I due maggiori organismi dell’America Latina, il primo economico il secondo politico, preso atto della particolare congiuntura politica e dell’interruzione dell’ordine democratico hanno esortato il governo del presidente Maduro a cessare la repressione, a liberare i prigionieri politici, a restituire al Parlamento il ruolo che gli è stato conferito dalla Costituzione e a indire quanto prima elezioni. Richieste che vedremo se, nei prossimi giorni, saranno ascoltate dal governo.

Nel frattempo, nell’ambito economico, la crisi diventa sempre più profonda. Il Venezuela, nei prossimi giorni, dovrà pagare ai creditori ben 2 miliardi di dollari. Il governo, su questo non pare che ci siano dubbi, manterrà fede agli impegni. E lo farà perché cosciente che un “default” avrebbe come conseguenza una reazione a catena pericolosa.

Innanzitutto, chiuderebbe il rubinetto del credito. Nessuno più presterebbe al Venezuela. E poi correrebbe il rischio del sequestro dei beni di Pdvsa, quindi anche del blocco delle petroliere nei porti in cui sono ancorate. Un lusso che il Paese, dipendente in un 95 per cento dalle esportazioni petrolifere, non può certo permettersi.

Il pagamento dei due miliardi di dollari, però, inciderà sulle importazioni di alimenti e prodotti per l’igiene che già mancano nel Paese. Il governo, e questo non è un segreto, ha cercato in questi mesi di aver accesso al credito di organismi internazionali pubblici e privati. Ma, a quanto pare, questi non sembrano disposti a rischiare poiché considerano che ormai il “chavismo” mostra i suoi limiti e ha iniziato la parabola discendente. Crediti al Venezuela non approvati dal Parlamento, qualora dovesse cambiare governo, potrebbero non essere riconosciuti.

In parte, il Golpe, orchestrato dalla Corte, ma questa si muove in sintonia con altri poteri, aveva per oggetto dare una parvenza di legalità istituzionale a probabili accordi di credito pubblico o alla costituzione di imprese miste. Gli articoli 155 e 156, stando agli esperti, andavano in questa direzione. La palla è di nuovo al centro. Mentre i problemi del Paese si aggravano il braccio di ferro tra Governo e Parlamento continua senza che all’orizzonte si riesca ad intravvedere una via di uscita.

Mauro Bafile

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