Draghi: “La politica Bce non cambia, fate salire i salari”

Mario Draghi (L), e Jens Weidmann (2nd R), Presidente della Bundesbank REUTERS/Alex Domanski
Mario Draghi (L), e Jens Weidmann (2nd R), Presidente della Bundesbank REUTERS/Alex Domanski

ROMA. – La politica monetaria della Banca centrale europea non cambia. Mario Draghi resiste: ai venti di inasprimento monetario che spirano da oltre Atlantico, e alle pressioni della Bundesbank, che ancora tiene il punto. E il presidente della Bce quasi invita governi e parti sociali a far salire i salari che rallentano la ripresa dell’inflazione: sono “ben al di sotto delle medie storiche”. Sarebbe essenziale “sostenere la domanda”, spiega Draghi.

Invece accade che fra contrattazioni salariali già chiuse per quest’anno, parti sociali che danno priorità al mantenimento dei posti piuttosto che ai salari, indicizzazioni falcidiate dalla crisi, le retribuzioni rimangono al palo. Una presa di posizione singolare per un’istituzione, la Bce, più nota per mettere l’accento sulla produttività.

Ma non è la prima volta: un mese fa Draghi aveva detto che “ancora non abbiamo visto sviluppi significativi sul fronte dei salari, che sono un aspetto fondamentale”.

“Da tempo infinito sosteniamo” che il livello dei salari è troppo basso, commenta il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, mentre il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, chiede di “aumentare i salari, aumentando la produttività”, perché “noi abbiamo un problema di costo del lavoro, ma ancor di più costo di lavoro-produttività”.

Un elemento in più che rafforza il quadro generale delineato da Draghi: “non vedo motivo per deviare dalle indicazioni che abbiamo dato” sui tassi d’interesse, sugli acquisti di titoli e sulla ‘forward guidance’, dice Draghi a Francoforte alla consueta conferenza intitolata alla ‘Bce e i suoi osservatori’.

Nonostante una ripresa che “guadagna forza”, trainata da un “circolo virtuoso” consumi-occupazione-redditi, l’inflazione è sostenuta ancora dal denaro facile offerto dalla Bce (una ricerca di Istat-Insee-Ifo prevede un 1,7-1,8% da qui all’autunno). E per poter cantare vittoria su questo fronte è ancora presto: ci vuol un’inflazione che non solo tocchi il 2%, come successo a febbraio prima del dietro-front all’1,5% a marzo, ma che si stabilizzi e resti sulle proprie gambe su quei livelli.

Invece, al netto della volatilità dei prezzi petroliferi e alimentari, non è così: l’inflazione di base “rimane debole”, spiega Draghi. A dispetto della Fed, che si prepara a due nuovi rialzi, e al costo di un gap fra i tassi in Usa e in Europa che rischia di diventare insostenibile,

Draghi mantiene dunque la barra dritta sulla ‘forward guidance’, la comunicazione che orienta le attese dei mercati. Quella comunicazione manterrà – ed è qui il vero scontro con i ‘falchi’ guidati dalla Bundesbank che avevano parlato di una stretta prima di fine anno – il messaggio secondo cui i tassi potrebbero persino scendere ancora.

Jens Weidmann della Bundesbank, tornato nel dibattito pubblico ieri a sottolineare che dal ‘quantitative easing’ si deve uscire presto, a Berlino oggi difende il proprio dissenso “legittimo” dall’orientamento ancora espansivo di Draghi.

Schermaglie che riflettono solo in parte il braccio di ferro nel consiglio della Bce dell’8 e 9 marzo. Allora i ‘falchi’ avevano avanzato l’ipotesi di togliere dalle comunicazioni ufficiali della Bce l’impegno ai “tassi ai livelli attuali o inferiori”.

Ma la maggioranza dei consiglieri – come emerge dai verbali della riunione – non si fidano della ripresa, e temono che “dei cambiamenti nella formulazione, in questo momento, potrebbero portare a un rialzo dei tassi di mercato e a un inasprimento delle condizioni finanziarie”.

(di Domenico Conti/ANSA)