La scuola

 

[  / Scholé/ Schola / Scuola / Escuela / École / Schule / School /  ]

Vorrei parlare anch’io di scuola, se mi sarà consentito. Da linguista (perciò ne parlo in questa rubrica), da insegnante e cittadino (o meglio da cittadino che ha fatto l’insegnante), da chi la scuola l’ha frequentata (e l’ha subita).

Da linguista vi parlerò della parola: scuola, naturalmente.

Da ex-insegnate, invece, parlerò della /scuola/ (istituzione pubblica o privata, che chiamiamo “scuola” e che tutti noi conosciamo) in cui, da parte di alcune persone considerate maestri (magister, qualcuno che “ha di più” in autorevolezza, in grado, cioè di informare e di formare) viene svolta l’attività di ammaestramento: fornire cioè ai più giovani le conoscenze nei diversi campi del sapere, o anche le abilità in arti, mestieri e professioni, al fine  di renderli esperti e capaci. Oggi si direbbe: “di formarli”.

Mentre come ex-studente, mi riservo di fare una più ponderata riflessione, argomento del quale – spero – di fare un articolo-confessione.

Dopo diversi anni di questi miei interventi sono sicuro di poter ritenere che per la maggior parte dei lettori sia chiaro ed evidente che una cosa è la parola (in questo caso scuola) che io scrivo, leggo, e pronuncio, e altra cosa – ben diversa – è la /scuola/: l’insieme delle azioni, delle operazioni, che servono a formare la gioventù, e la stessa sede in cui esse si svolgono: lo spazio fisico ed ideale, insomma, dove si riuniscono quotidianamente i ragazzi di una certa età; oppure, ancora, tutti i problemi teorici e pratici, le finalità sociali, la programmazione, la realizzazione, la gestione, l’amministrazione, e altro, che intorno a questo soggetto si concretizzano nelle società civili; e, finalmente, il principio astratto considerato in sé, inteso come filosofia o programma politico. Questo, infatti, è quanto mi sono sforzato di trasmettere fino ad oggi: una cosa è la realtà, l’oggetto della vita quotidiana, la “cosa” (che tecnicamente si chiama referente), e un’altra cosa è il suo nome (la parola: che si chiama segno linguistico) con cui il gruppo dei parlanti chiama, designa, indica, proprio quella “cosa-oggetto-reale”.  E, anche se – quando necessario – nelle mie argomentazioni, seguendo il ragionamento, talvolta esprimo giudizi sui referenti, cioè sconfino, nonostante tutti i miei limiti personali, nelle questioni storiche, politiche, filosofiche, scientifiche ed esistenziali, resta il fatto che il linguista si occupa essenzialmente di parole e del loro significato, non dei referenti.

Ora possiamo constatare che – nel caso di scuola – ad indicare quella “cosa” che in italiano si chiama scuola, esistono altrettante parole in molte lingue che più o meno indicano ugualmente la /scuola/ : parole corrispondenti alla parola scuola, e che sono tutte pressoché identiche: scholé, schola, scuola, escuela, école, Schule, school. Ed è ancora più ampia la gamma delle lingue che utilizzano parole risalenti alla medesima radice (ètimo) per indicare il fenomeno “scuola”.

Tuttavia se “la scuola” è un concetto relativamente recente, la parola scuola, o meglio la radice da cui essa scaturisce, la parola greca scholé, è molto più antica della stessa idea di scuola (come la pensiamo oggi). Questa parola, quindi, all’origine doveva designare altre realtà, altri oggetti.

Né, d’altra parte, si può pensare che nell’antichità mancasse l’attenzione pedagogica nei confronti della gioventù in formazione. Solo che questa attenzione e la relativa sua applicazione, era chiamata con altre parole. Sia nelle società di maggior democrazia, sia in quelle oligarchiche, sia presso le tirannidi.

Inoltre si deve ritenere che nelle diverse classi sociali, ai vari livelli, i sistemi educativi vigenti, empirici e di iniziativa privata o anche istituzionalmente strutturati, non fossero tutti uguali nello spazio e nel tempo. Per l’antica Grecia si parla in generale di paidèia (sistema e concezione pedagogica) per indicare tutta una serie di orientamenti ideali, di attività, di organizzazioni tese alla formazione dei giovani. Solo dopo, gli storici del pensiero e della sua evoluzione hanno definito “scuola” alcuni gruppi di seguaci di singoli filosofi: “scuole di pensiero”. I cui nomi ritroviamo nelle sillogi di storia della filosofia greco-romana.

Queste piccole comunità, tra i contemporanei, ebbero nome dal posto dove esse si riunivano: Accademia (i seguaci di Platone), Cinosarge (quelli di Antistene, discepolo di Socrate, Stoà (la scuola di Zenone di Cizio), il Giardino (di Epicuro), oppure erano indicate con i nomignoli attribuiti a maestri e adepti (i pitagorici, i sofisti). Sto parlando, evidentemente, di scuole filosofiche: mentre paideia era l’educazione del ragazzo (pais), mentre sophìa è la sapienza o l’equilibrio interiore, e filosofi, a rigore, gli amici della saggezza.

Ma oltre alle scuole filosofiche c’erano altre forme di aggregazioni giovanili, maschili o femminili, che, guidate da educatori, praticavano percorsi di formazione, generale o specifica, nelle comunità dove sorsero. La letteratura e la cultura materiale sono ricche di descrizioni e di scene che rappresentano – o presuppongono – una vivace ed elevata attività educativa della gioventù nella società greca: danza, lotta, attività fisica, pratiche femminili. Poi, dalle narrazioni mitologiche alle rappresentazioni di scene di vita, fino alle manifestazioni pubbliche a carattere religioso di tipo panelleniche (come i giochi) o quelle di singole città (poleis) come il teatro e i riti funebri, apprendiamo tutte le occasioni in cui si cimentavano giovani e meno giovani in nobili attività del corpo e dello spirito. E per l’età ellenistica dobbiamo aggiungere la creazione di grandiose biblioteche nelle capitali degli stati nati dallo smembramento dell’impero di Alessandro. Ma, prima ancora, in determinati ambienti sociali avevano funzionato il tìaso, il ginnasio, la palestra, tutti, luoghi di incontro e di formazione per la gioventù.

Possiamo concludere allora che in Grecia la formazione della gioventù era curata dalle singole poleis (città) o dai discepoli dei grandi maestri, o da liberi pensatori, o dalle famiglie più importanti.

A Roma, invece, questa era affidata a schiavi di fiducia scelti tra la servitù (familia) o a maestri  itineranti, a pagamento: nell’uno e nell’altro caso erano per la maggior parte personaggi di lingua e cultura greca provenienti dalla Grecia e dalla Magna Grecia, o come schiavi, o perché retori (insegnanti).

E intanto scholē, parola della lingua greca passata a Roma nella forma schola, significava tutt’altro di quello che noi oggi consideriamo come scuola.

Il vocabolario greco-italiano (il “Lorenzo Rocci”) dice: tempo libero; disoccupazioneriposoozio; quiete; e solo alla fine parla di occupazione studiosa. Propriamente è perditempo. Nel senso di “aver tempo”, “avere la possibilità”, “avere agio”.

Evidentemente la parola non si era ancora specializzata per indicare ciò che noi oggi, in tutte le lingue in cui la si è conservata, chiamiamo esattamente “scuola”.

Sembra di scorgere lo stesso meccanismo logico-semantico che si riscontra quando si esamina, come abbiamo fatto proprio in questa rubrica, la parola latina otium, utilizzata a Roma per indicare l’attività di studio e di produzione di testi letterari (oltre che: riposo in villa).

Di scuola “vera e propria” si cominciò a parlare nel medioevo, quello alto e quello basso, prima con la diffusione del monachesimo occidentale (prima s. Girolamo, poi s. Benedetto), poi con le “scuole plebane”, scuole popolari, delle pievi (da plebs, le comunità cristiane); in seguito con Carlo Magno con la istituzione della “scuola palatina” (del palazzo); infine “quelle delle cattedrali” (il luogo della sede vescovile). Il cui prodotto scientifico e dottrinale continuiamo a chiamare “filosofia scolastica”. La quale interessò il pensiero e la dottrina dal VI al XIV sec. Fino alla fondazione delle “università degli studi”, chiamate anche semplicemente Studio.

Mi accorgo che con questo excursus storico, per quanto necessario, mi sono allontanato dalla primaria finalità del mio compito che è quello di fare etimologia e di illustrare la trasparenza linguistica. Col rischio di “uscire dal seminato”. A mia giustificazione adduco però il fatto che come cittadino non posso ignorare le istanze politiche e sociali che la comunità, in questo caso quella italiana, propone alla pubblica attenzione. E di conseguenza non posso neanche esimermi dall’esprimere il mio giudizio. E anche in questo caso, per mia formazione (o deformazione), continuo a privilegiare la coerenza nominalistica, nonché la stessa pertinenza nell’uso delle parole, che nasce dall’attività di linguista.

A dire il vero l’occasione a trattare l’argomento “scuola” me l’ha fornita l’espressione “la buona scuola”, con cui viene ostentata l’ennesima riforma che il governo italiano intende promuovere della istituzione scolastica.

A me pare, infatti, una grave impertinenza (linguistica) accostare alla parola scuola un aggettivo come buona. E se ne sono accorti anche gli operatori scolastici che nella campagna di contestazione che hanno intrapreso contro il governo Renzi, hanno subito cominciato a parlare, rettificando, di “vera scuola”.

Chi parla di buona scuola o non ama la scuola o dimostra di non averla mai conosciuta. Si sa che la scuola è un prodotto del sistema, nel senso che, come istituzione dello Stato, è voluta, creata, e mantenuta dalla classe egemone e pertanto è conservativa. Tuttavia, essa, per il fatto di essere animata da maestri e frequentata dalla gioventù, diventa fucina di idee e naturale propositrice di innovazione. In linea di principio la scuola non può essere né buona, né cattiva. E’ scuola.

Luigi Casale