Venezuela, il Governo alle strette “ghettizza” la protesta

 

La “ghettizzazione” della protesta. Un muro invalicabile per chi si oppone al governo e a ciò che esso rappresenta. Una “Linea Maginot” ipotetica divide l’Est della capitale dall’Ovest. E’ quanto salta alla vista dopo aver assistito alla protesta dei giorni scorsi. Le maggiori arterie della città, e non solo quelle, sono state bloccate dai mezzi blindati della Polizia Bolivariana e della Guardia Nazionale. Dietro ad essi, in prima fila gli agenti della Polizia Nazionale Bolivariana in tenuta antisommossa, per lo più giovani armati solo di scudo, manganello, gas lacrimogeno e bombolette di gas Oc (sostanza che è utilizzata principalmente negli spray per la difesa personale). Nei loro occhi, come in quelli dei manifestanti nelle prime file, si potevano leggere paura e nervosismo. Immediatamente dopo, i membri della Guardia Nazionale, anch’essi angosciati e inquieti e anch’essi molto giovani e armati solo di scudo, manganello, gas lacrimogeno e bombolette di gas Oc. Per concludere, i “colectivos”, quelli sì armati e impazienti di intervenire. Andavano e venivano con le loro moto come il pendolo di un orologio a cucù.

 

Il corteo di protesta, ancora una volta, non è riuscito a raggiungere la sede della “Defensoria del Pueblo”. Non è riuscito a superare la “Linea Maginot” creata dai “chavistas”. I manifestanti sono stati allontanati con la violenza di sempre. E, come sempre, alla fine della giornata il bilancio è stato assai pesante. Tanti i feriti, numerosi gli arresti. L’Ovest resta “off limit” per le proteste del Tavolo dell’Unità Democratica. Ma questa volta a soffrire le conseguenze delle misure preventive, adottate dalle forze dell’Ordine, sono stati tutti i cittadini. Per alcune ore è stato il caos. Dall’Ovest nessuno è potuto passare a Est e viceversa. Tutti ci siamo sentiti in un “ghetto”. Segregati, soffocati, repressi anche senza partecipare alle manifestazioni dell’Opposizione e dei sostenitori del governo.

Il paese politico, così, mostra in tutta la sua drammaticità il baratro che divide governo e Opposizione. Nessuno pare abbia interesse a costruire ponti. A rendere ancora più profondo l’abisso, la sentenza del Controllore che ha condannato all’interdizione dai pubblici uffici per 15 anni Henrique Capriles Radonski, uno dei leader con maggior carisma nell’Opposizione.

Henrique Capriles Radonski, leader del Tavolo dell’Unità Democratica e Governatore dello Stato Miranda

 

La proibizione imposta a Capriles Radonski rappresenta un duro colpo per l’Opposizione. E non si scarta che nei prossimi giorni possano esserci ordini di arresto per alcuni dei leader che hanno guidato la protesta. Non importa se protetti dall’immunità parlamentare. L’Obiettivo potrebbe essere quello di demoralizzare l’Opposizione e privarla dei suoi leader. La propaganda ufficiale, trasmessa attraverso i numerosi mass-media proprietà dello Stato o comunque acquistati dai simpatizzanti del governo, farebbe il resto. All’Opposizione, per difendersi dalle accuse, resterebbero solo i pochi giornali e radio ancora indipendenti, le reti sociali e la solidarietà internazionale.

Nonostante ciò, il Tavolo dell’Unità Democratica pare aver trovato nuovo ossigeno. Le sentenze 155 e 156, attraverso le quali l’Alta Corte consegnava al presidente Maduro poteri pressoché illimitati e usurpava il ruolo del Parlamento, hanno creato attorno all’Assemblea Nazionale una rete di solidarietà internazionale. L’Argentina di Macrì, L’Uruguay di Tabarez, il Chile della Bachelet, il Brasile di Temer, la Colombia di Santos, solo per nominarne alcuni, hanno condannato la decisione del Tribunale Supremo di Giustizia, esortato il governo a desistere dall’atteggiamento autoritario che tanto danno fa al sistema democratico e, dopo la decisione del Controllore, chiesto la sospensione dell’interdizione ai pubblici uffici imposta a Capriles Radonski.

Il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro

 

Dopo la protesta di sabato, il presidente della Repubblica, nel suo programma “Domingo con Maduro” trasmesso dalla televisione di stato VTV, ha detto di desiderare ardentemente la realizzazione, quanto prima meglio, delle elezioni regionali. Ha assicurato categorico che l’Opposizione ne uscirà sconfitta. Insomma, come dice un motto locale, “con las tablas en la cabeza”. Gli esperti in materia, al contrario, stimano che la realizzazione di elezioni regionali sia poco probabile, almeno nel 2017. E che comunque porrebbe il Governo in situazione di estrema debolezza, poiché tutti i sondaggi gli sono avversi. Ritengono che proprio il timore a una sconfitta abbia consigliato Governo e Psuv a temporeggiare, in attesa di tempi migliori. A loro avviso, il processo di legalizzazione dei partiti politici che non hanno partecipato alle ultime elezioni, deciso dal Consiglio Nazionale Elettorale, non solo è un requisito imposto dalla Legge ma, soprattutto un escamotage per guadagnare tempo. E, nel caso fosse necessario, dichiarare che i partiti dell’Opposizione – leggasi Acción Democrática, Primero Justicia, Un Nuevo Tiempo y Voluntad Popular, tra gli altri – non hanno raggiunto il numero sufficiente di firme richieste per la loro legittimazione. Pende poi, sul Tavolo dell’Unità Democratica, la spada di Damocle rappresentata dalla denuncia di frode posta dal Psuv. La Corte non si è ancora pronunciata. Ma potrebbe farlo dando ragione ai querelanti. Senza partiti politici e con il Tavolo dell’Unità fuori gioco, il presidente Maduro avrebbe il cammino aperto verso un trionfo elettorale, emulando quanto fatto in Nicaragua.

Tribunale Supremo di Giustizia

 

Per il 19 aprile è stata indetta una grande manifestazione nazionale, l’Opposizione spera che questa possa indebolire ulteriormente il governo, almeno nell’ambito internazionale. E’ probabile che la repressione sia ancora più violenta. Nessuno può escludere che il governo, messo alle strette, decida di agire con maggior severità. Insomma, che prendendo come pretesto la pace e l’ordine pubblico, decreti la sospensione delle garanzie costituzionali o, addirittura, il coprifuoco, come fece l’estinto presidente Carlos Andrés Pérez all’indomani del Caracazo. Sarebbe senz’altro una mossa estrema, applaudita dall’ala radicale del Psuv ma non dalla crescente frangia dissidente. Una tale decisione, quindi, potrebbe approfondire ancor più le divisioni interne nel “chavismo”. Certo, in questo caso, come fanno notare gli analisti più seri, si entra nell’ambito della speculazione e dell’immaginario anche se non dell’impossibile.

Mauro Bafile