“In Siria Trump cerca il caos, e l’Europa lo subisce”

Pubblicato il 14 aprile 2017 da ansa

(Ikhbaria TV, via AP)

ROMA. – In Siria Donald Trump “sembra seguire la logica del caos, dividere nemici ed amici, vendere armamenti e rafforzare la posizione egemonica degli Usa”, mentre gli europei non hanno trovato il coraggio di spiegare all’alleato americano “che decisioni così importanti andrebbero per lo meno discusse prima insieme. Anche perché le conseguenze dei suoi errori, come le ondate di rifugiati, ricadono più su di loro”.

Alberto Bradanini, ex ambasciatore d’Italia a Teheran e Pechino, guarda così alle prove muscolari del nuovo presidente Usa. Sulla crisi siriana Washington “più che assumere iniziative illegittime come il bombardamento di uno Stato sovrano violando le leggi internazionali e nazionali – osserva Bradanini parlando con l’ANSA – potrebbe favorire un ampio schieramento contro l’Isis e lavorare insieme a Mosca per una futura uscita di Assad con un salvacondotto, per lasciare il posto ad un governo di coalizione garantito da Russia e Stati Uniti”, soluzione che “salvaguarderebbe l’integrità della Siria”.

In Siria è in gioco anche l’Iran, riconosciuto come il grande rivale dell’Arabia Saudita. Ma è davvero così potente?

“L’Iran, direbbe Mao, è una ‘tigre di carta’, e la sua forza militare è soprattutto interna”, risponde l’ex ambasciatore, a Teheran dal 2008 al 2013. “Le forze di proiezione militare esterna sono invece piuttosto scarse: nella graduatoria delle spese militari dello Stockholm International Peace Research Institute del 2015 si situa al 22/o posto con poco più di 10 miliardi di dollari, contro gli 87,2 dell’Arabia Saudita, i 16 di Israele, i 22,2 degli Emirati Arabi Uniti”.

Inoltre le armi, causa le sanzioni americane, sono “generalmente antiquate”, e gli uomini migliori impegnati “contro l’Isis in Siria e Iraq”. C’è dunque da chiedersi, sottolinea, “per quale ragione è stata accreditata l’immagine di un Iran bellicoso, irrazionale e pericoloso per la pace in Medio Oriente, quando le ragioni e gli attori delle guerre degli ultimi due decenni vanno cercati altrove”.

E certe posture radicali contro Usa e Israele, rimarca, non necessariamente comportano “scelte irrazionali”.

“La costruzione dell’Iran, che pure viola pesantemente i diritti umani contro il suo popolo come emblema del nemico – aggiunge – è però servita agli americani per giustificare altro, a partire dalla vendita di armamenti” nella regione, “e ad Israele per non affrontare la questione palestinese”.

In questo quadro, come si deve considerare la candidatura a sorpresa dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, noto per le sue posizioni provocatorie e radicali?

“Il gioco delle candidature è sempre imprevedibile in Iran, dove il potere è piramidale e accentrato nelle mani della Guida Suprema” osserva Bradanini, ricordando che oltre alla ‘resurrezione’ di Ahmadinejad si registra anche la candidatura di Ebrahim Raisi, presidente della potente Bonyad (Fondazione) Astan Quds Razavi di Mashad e fidato amico della Guida Suprema.

“Va tenuto presente tuttavia che la dirigenza iraniana ha interesse a mostrare al mondo che nel Paese esiste una genuina dialettica politica, seppure nei limiti costituzionali della Repubblica Islamica. In realtà, la scelta del candidato vincente viene effettuata dall’alto, e più che di una elezione si tratta di una selezione, poi corroborata dal voto popolare, talvolta genuino e talvolta truccato.

E’ verosimile comunque che la scelta di Khamenei sia stata già presa, molti reputano a favore di Rohani, mentre la candidatura di Ahmadinejad servirebbe come spauracchio per i nemici esterni, ma non avrebbe futuro – anche alla luce dei forti dissapori con Khamenei durante la sua presidenza. A meno che non disponga di qualche informazione di ricatto nei riguardi della Guida. Chiunque sia eletto, comunque, il potere sarà sempre saldamente nelle mani del Clero radicale e dei Guardiani della Rivoluzione.

“Quanto al dossier nucleare – prevede infine Bradanini -, nonostante qualche tentazione contraria Teheran rispetterà alla lettera l’Accordo de luglio 2015 con i 5+1, per mostrare al mondo che sono gli Usa a non farlo. Ora le carte sono nelle mani di Trump, e l’Europa conferma anche qui la sua irrilevanza politica”, con “una cessione di sovranità” sostanziale.

(di Luciana Borsatti/ANSAmed)

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