Studium

 

Nella serie di articoli su singole parole e la loro storia, o su fenomeni di fonetica e di morfosintassi, o su concetti e definizioni di semantica, come trasparenza linguistica, scivolamento di significato, denotazione e connotazione, pertinenza lessicale; oppure su problemi di lingua in generale, sebbene visitati solo di passaggio e occasionalmente, il più delle volte ci siamo trovati a confrontare i tratti semantici (cioè: la portata del significato) di parole del lessico latino o greco, base e modello anche per l’italiano, con le corrispondenti parole attualmente in uso per indicare i medesimi referenti, vale a dire le stesse realtà concettuali.

Cosa che abbiamo fatto, in pratica, con agenda, domus, idiotes, negozium, otium, primo pelo, schola, studium, villa, virtus e altre, tutte recuperabili anche tra le righe della trattazione dei soggetti che a causa della loro pregnanza hanno meritato di figurare nella titolazione degli articoli pubblicati.

Sicché ne è nato un confronto chiarificatore di che cosa intendessero gli antichi con quelle parole, dalle quali sono derivate, poi, le parole italiane. E questa comparazione, se attentamente osservata, ci ha fatto capire il senso dell’espressione “ville d’ozio” attribuita ai complessi residenziali dei vari siti archeologici presenti sul territorio di Stabiae (Castellammare di Stabia e circondario). Come pure che cosa debba intendersi esattamente con l’odierna espressione “di primo pelo”. O anche lo stretto rapporto che lega dominus (signore) e domina (signora) a domus (casa), legame per niente evidente nella lingua italiana tra casa e signore, a meno che non si usi la perifrasi “padrone di casa”.

E allora ci siamo detto che quello che i Romani chiamavano otium, meglio lo tradurremmo con la parola “studio”.

Ma la lingua latina aveva anche la parole studium. E allora quale significato essa andava a ricoprire?

Per gli antichi Romani la parola studium significava “amore”, “passione”, “trasporto”, attaccamento per qualche cosa che piace. E qui si pone il problema di come i Romani chiamassero quello che noi oggi indichiamo con la parola “studio”, cioè l’applicazione dello studente a scuola oppure dello studioso nell’ambito delle professioni nobili. E se per gli studiosi può ancora valere la parola studium, per lo studente quale parola latina dobbiamo scegliere?

Ecco, se intendiamo il dovere quotidiano (lezioni e compiti) dei giovani scolari, fatto essenzialmente di simulazioni (esercizi), allora la parola usata dai Romani era ludus (= gioco/esercizio). Ciò che oggi diciamo: la scuola.

E se studium è passione, amore, che cosa indica la parola latina amor?

Amor era l’amore anche presso i Romani; ma, essenzialmente, quello che si ritrova nell’amico o nell’amante/amata.

E scuola?

Schola, è l’adattamento nella lingua latina del termine greco scholè, e significa – nelle due lingue – press’a poco la stessa cosa: “tempo perso o da perdere”. Più esattamente: tempo libero da impegni, tale da potersi trascorrere in compagnia del precettore. Forse, pausa?

Esattamente! Ma pausa dalle altre occupazioni, quelle che ingombrano e che distraggono.

A questo punto, a me imbevuto di troppo latino, sorge spontanea una domanda:

“Che cosa faranno, oggi, i nostri giovani studenti andando a scuola? Ludus, otium, oppure, studium ?”

Presso gli antichi solo chi aveva “tempo libero” poteva continuare a fare scuola.

Luigi Casale