Dalle “baby-gang” alla violenza di Stato. Le minacce del presidente ai leader di PJ

21mila 752, tanti sono stati gli omicidi registrati ufficialmente nel 2016 in Venezuela. Molti, troppi sicuramente. Ma la cifra, resa nota dalla Procuratrice Luisa Ortega Díaz, non sorprende più di tanto. Anzi, si ha il dubbio che in realtà gli omicidi siano stati di più, molto di più. Comunque, abituati ai “bollettini di guerra” emanati settimanalmente dai quotidiani, che in assenza di cifre ufficiali offrono le proprie, sapere di vivere in un paese sequestrato dalla microcriminalità indigna, spaventa, ma non stupisce. Ci si può meravigliare nello scoprire l’esistenza di “baby-gang”, branchi di bambini di appena 10, 12 anni abbandonati al proprio destino che giocano a guardie e ladri, seminando il terrore, impugnando coltelli e pistole vere e uccidendo senza alcuna pietà. Ma sorpresa e indignazione non si trasformano in rabbia sorda come quando si apprende che c’è chi, tra le forze dell’Ordine, pur consapevole del proprio ruolo, è capace di sparare a bruciapelo nel reprimere le manifestazioni di protesta, e uccidere.

La morte del giovane connazionale Gruseny Antonio Canelòn Scirpatempo, freddato da un colpo di fucile, carico di proiettili di gomma, sparato quasi appoggiando la canna sul suo corpo, è stata vissuta come un dolore collettivo nella nostra comunità e alimenta la nostra ira. Giovane sportivo, amante della pallacanestro, della pallanuoto, della pallavolo e del nuoto, Scirpatempo, noto e stimato nell’ambito del nostro Club Italo-Venezuelano di Barquisimeto, aveva già perso il padre assassinato durante una rapina. Era stato vittima, come tanti venezuelani, dell’incapacità delle forze dell’Ordine di combattere il delitto. E sono state proprio quelle forze dell’Ordine, cui le armi sono consegnate per opporsi alla criminalità, che gli hanno sparato a sangue freddo. La nostra Collettività, ora, reclama giustizia. Ci sarà un colpevole? Sarà castigato?
Il Tavolo dell’Unità non demorde. E dopo le ultime manifestazioni represse con violenza dalla Polizia Nazionale Bolivariana e dalla Guardia Nazionale, ha convocato una grossa protesta per esigere rispetto delle istituzioni e della separazione dei poteri, per chiedere la libertà dei prigionieri politici, un’agenda elettorale e soprattutto una dichiarazione di principio del “Defensor del Pueblo”, William Tareck Saab, che fino ad oggi ha taciuto sul “Golpe”, poi rientrato parzialmente, promosso, stando alla propria Procuratrice, dall’Alta Corte con le sentenze 155 e 156. L’appuntamento è stato fissato per il 19 aprile, data in cui si commemora la rivoluzione del 1810, quando si mossero i primi passi verso l’emancipazione del Venezuela dalla Spagna coloniale. In quest’occasione, la manifestazione avrà caratteristiche diverse. In primis, non sarà un solo corteo, ma saranno ben 26. E tutti convergeranno verso la “Defensoría del Pueblo”. Polizia e “Guardia”, in quest’occasione, non potranno segregare la protesta né ghettizzarla tracciando una “Linea Maginot” immaginaria e invalicabile. I cortei partiranno dai quattro punti cardinali della capitale. Da Nord, da Sud, da Est e da Ovest. Polizia, Guardia Nazionale e mezzi blindati, quindi, saranno distribuiti in lungo e largo. E la città, grazie anche alla decisione presidenziale che proroga l’“Operativo Semana Santa” fino al 19 aprile, sarà probabilmente “off-limits”, o quasi, per chi non vive nella capitale, come accade ogni qualvolta il Tavolo dell’Unità protesta.

La popolarità del presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, è in declino. Ma questa volta non sono i sondaggi a dirlo. La ripresa, diventata “virale” e rimbalzata sui siti di “video sharing”, social media e mail, ci mostra un capo dello Stato, a San Felix, oggetto di un fitto lancio di oggetti. E’ l’immagine di una cittadinanza stanca di promesse incompiute, capace di ingannare l’attenta vigilanza dei corpi di sicurezza e di protestare come può. D’altronde è ormai impossibile nascondere la crescente miseria che colpisce il paese e che si diffonde come un cancro in metastasi. Al principio, scene di famiglie rovistando nei sacchi della spazzatura in cerca di resti di cibo, sorprendevano e indignavano. Oggi, purtroppo, fanno parte del paesaggio cittadino. Una volta c’era chi chiedeva l’elemosina alla porta delle chiese, nella speranza di ricevere una moneta da qualche buon cristiano. Oggi, sono sempre di più i giovani e gli anziani, le donne e gli uomini, che chiedono all’ingresso dei generi alimentari, dei supermercati, dei forni e dei ristoranti non denaro ma qualcosa da mangiare. Insomma, cibo con cui smorzare la fame che morde. E così, mentre la Banca Centrale e il ministro dell’Economia annunciano con orgoglio di aver pagato ai creditori internazionali oltre 2 miliardi di dollari, tanti, troppi venezuelani non riescono a consumare tre pasti al giorno e, a volte, neanche due. Sono troppi i bambini che a sera vanno a letto senza aver cenato. E’ la fotografia di un Paese il cui governo è capace di saldare il proprio debito esterno ma non di assicurare benessere e qualità di vita ai propri cittadini.

Nascondere il sole con un dito è impossibile. Lo è anche pretendere di celare il malcontento popolare ordinando alle forze dell’Ordine di confiscare tutti i “Giuda” che, com’è tradizione, si bruciano nel Paese la “Domenica di Pasqua”; “Giuda” che, ed è anche questa una tradizione, rappresenta un personaggio poco amato. Quest’anno, vittima della tradizione è stato il capo dello Stato. Dalla fredda “Cordillera Andina”, all’immenso “llano”, Polizia e Guardia Nazionale, stando ai social media, hanno avuto un gran da fare.

Se Atene piange, Sparta non ride. Il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, minaccia con il carcere i leader delle proteste e accusa gli esponenti di “Primero Justicia” di promuovere un “golpe”. Un primo passo, stando sempre agli analisti, per poi decretare l’illegalità di uno dei partiti più importanti dell’Opposizione e azzittirne i leader. E mentre il governo criminalizza la protesta, la polemica, in seno all’Opposizione, si fa sempre più aspra.

Dopo la fondazione della “Gran Alianza Nacional”, (GANA) il movimento nato all’estero che si è presentato come alternativa al “Tavolo dell’Unità Democratica”, la denuncia di una presunta riunione governo-opposizione a Santo Domingo ha provocato stupore, alimentato dubbi e seminato sospetti. L’obiettivo, sostiene la giornalista Nitu Pérez Osuna, sarebbe quello di trovare un accordo per ridurre lo stato di conflitto nel paese a cambio delle elezioni regionali. Elezioni che, come più volte affermato da esperti in materia, si realizzerebbero solo nel momento in cui il governo si sentirà sicuro del trionfo. Il Tavolo dell’Unità, in Venezuela, organizza manifestazioni pacifiche e scommette sulle proteste di piazza per indebolire il governo. C’è chi spera in un governo diverso, attraverso elezioni generali immediate, libere e democratiche e chi, invece, in una transizione pilotata che permetta di ricondurre il Paese lungo la via della democrazia. Una strategia, quest’ultima, prudente e razionale che, pare evidente dalle dichiarazioni di esponenti del “Gana”, piace poco a quelle frange radicali che, a volte nel calore di un esilio dorato, vorrebbero un paese incendiato dalle proteste e reclamano, l’intervento risolutore delle Forze Armate.
Mauro Bafile

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