Confindustria, giù il cuneo per la crescita. Per Renzi tabù Iva

Pubblicato il 18 aprile 2017 da ansa

ROMA. – Lo scambio tra aumento dell’Iva e taglio del cuneo fiscale darebbe “un forte stimolo” alla crescita, favorendo le esportazioni e le imprese più dinamiche che lavorano sui mercati esteri, contenendo allo stesso tempo l’inflazione, nonostante il rialzo dell’aliquota sui consumi.

L’analisi economica di Confindustria promuove a pieni voti l’ipotesi non disdegnata nemmeno dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ma si scontra a distanza con la volontà politica di Matteo Renzi che, per l’ennesima volta, nel giorno delle audizioni sul Def, torna ad escludere su tutta la linea la possibilità di un ritocco fiscale dell’imposta, oggi e in futuro.

“L’ultima volta che in Italia è aumentata l’Iva risale al primo ottobre 2013, un altro governo – rimarca l’ex presidente del Consiglio – Noi le tasse non le aumentiamo. E il governo Gentiloni ha scelto la stessa strategia. Anche per il futuro, a giudicare da quello che c’è scritto nel Def. Il Pd non è più il partito delle tasse, abbiamo davvero rottamato Dracula”.

Una vera e propria rivendicazione e allo stesso tempo una promessa a meno di due settimane dalle primarie per la guida dei Dem, su cui Renzi cala un altro asso: il “tesoretto” lasciato all’attuale esecutivo per gli investimenti e per “le tre P: pensioni, periferie e povertà su cui il governo dei mille giorni ha lasciato i fondi”.

La strada per il taglio del cuneo, richiesto a gran voce sia dalle imprese che dai sindacati, si annuncia però in questo modo decisamente stretta, coniando un termine caro al titolare del Tesoro. Soprattutto guardando ai numeri inseriti nel Def.

Stando alle previsioni sul deficit, che mostrano la volontà del governo di attenersi severamente (per ora) alle regole europee, da qui al 2019 si annuncia una stretta di 30 miliardi, calcola il Centro studi della Confindustria. Una “restrizione” potente che potrebbe avere effetti depressivi sul Pil nel 2018 e nel 2019 e quindi rendere “difficile sostenere lo sviluppo del Paese”.

Rilanciare gli investimenti, accrescere la coesione sociale e, appunto, tagliare il cuneo, richiedono addirittura risorse aggiuntive, sottolinea il CsC. Per questo, andrebbero forse valutate le ipotesi di un aumento dell’Iva in grado di finanziare la riduzione del costo del lavoro.

Il governo deve tra l’altro fare i conti anche con le richieste in arrivo da Mdp, che assicura il suo appoggio politico a Gentiloni ma, in un incontro con il premier, chiede un deciso “cambio di passo sulla questione sociale”, a partire dalle politiche contro la povertà, che richiedono lo stanziamento di un miliardo in più. Senza parlare di scambio con l’Iva, il pressing sul cuneo arriva anche dai sindacati.

La Cgil vedrebbe in realtà meglio un calo dell’Irpef, ma di fronte agli impegni vaghi del Def parla di sparizione di ogni ipotesi di equità fiscale. La Cisl invoca un taglio “selettivo” a favore solo delle imprese che allargano la loro base occupazionale, mentre la Uil boccia il documento come privo di coraggio, proprio su crescita e lavoro.

Per gli enti locali la maggiore preoccupazione riguarda invece i tagli, “abnormi” negli ultimi anni, come li definisce l’Upi, e da scongiurare in ogni modo per i prossimi. Le Regioni l’hanno scampata quest’anno con un recente accordo ad hoc, ma per il prossimo, denunciano, si delinea già un buco da 2,7 miliardi tutto da coprire. Per Confedilizia è invece l’assenza di coraggio nella politica fiscale del settore immobiliare che desta maggiori perplessità.

(di Mila Onder/ANSA)

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