Attentato giudice Borsellino: condannati boss e falsi pentiti

Pubblicato il 21 aprile 2017 da ansa

Il luogo dell’attentato

PALERMO. – Una sentenza importante che ricostruisce e rimette al suo posto parte dei pezzi mancanti faticosamente e pazientemente raccolti dalla Procura di Caltanissetta, ma non è l’ultimo capitolo della tragica storia delle stragi del ’92. Con la condanna all’ergastolo dei boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni dei falsi pentiti Calogero Pulci e Francesco Andriotta si mette un punto su mandanti ed esecutori materiali dell’attentato costato la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. Su boss finora impuniti, dunque e su chi si è spacciato per collaboratore di giustizia, accusando innocenti.

Ma restano da scrivere ancora delle pagine, forse le più complesse. Si intuisce già dal dispositivo del verdetto e se ne avrà la conferma leggendo le motivazioni della sentenza emessa dalla corte d’assise di Caltanissetta dopo tre anni di dibattimento e dieci ore di camera di consiglio.

Si intravede ad esempio dalla concessione a Vincenzo Scarantino, grande depistatore che ha accusato dell’eccidio otto innocenti in attesa del processo di revisione, di una particolare attenuante. Avrebbe mentito, accusando ingiustamente persone che con la strage non avevano nulla a che fare, perché indotto da qualcuno. Una apertura al tentativo delle parti civili costituite, il fratello del giudice Borsellino e due degli innocenti condannati, di dimostrare che dietro al depistaggio c’era un manovratore. La concessione dell’attenuante ha consentito a Scarantino di salvarsi dall’accusa di calunnia grazie alla prescrizione del reato.

E poi c’è la decisione dei giudici di trasmettere alla Procura di Caltanissetta tutti i verbali delle udienze. Una mossa assolutamente insolita che può avere una doppia interpretazione: l’input ai pm a valutare profili di falsa testimonianza in alcune deposizioni – al processo sono stati sentiti anche poliziotti e pm che indagarono – e di accertare l’esistenza di eventuali nuovi spunti di indagine.

I magistrati saranno dunque costretti ad aprire un nuovo fascicolo, del tutto generico viste le indicazioni vaghe della corte, che si aggiungerà alle altri inchieste già in corso sugli aspetti ancora poco chiari della strage. Come quello sulla scomparsa dell’agenda rossa del giudice, mai ritrovata dopo l’attentato.

“Non so se ci sarà un altro processo, ma ci sono temi che devono essere ulteriormente sviluppati e l’esito del processo offre spunti per altri approfondimenti”, ha commentato, dopo il verdetto, il procuratore di Caltanissetta Amedeo Bertone che era in aula insieme al pm Stefano Luciani.

E’ stato Luciani, insieme all’aggiunto Gabriele Paci, a riaprire l’indagine sulla strage ricostruendo la verità sulla fase esecutiva su cui il suggello della Cassazione aveva messo la parola fine. Grazie ai pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina si è scoperto che il clan di Brancaccio aveva avuto un ruolo decisivo nel furto della 126 usata come autobomba.

E nel giorno della sentenza, che segna un traguardo dopo 25 anni dall’attentato e undici processi già celebrati per tre filoni di inchiesta, è soddisfatto anche il legale del fratello di Paolo Borsellino, Salvatore a cui è stata riconosciuta una provvisionale di 300mila euro. L’avvocato Fabio Repici, protagonista di accesi scontri con la Procura, da lui accusata di non aver fatto abbastanza per scoprire le responsabilità istituzionali nel depistaggio, parla di un verdetto che ridà dignità alla giustizia.

(di Lara Sirignano/ANSA)

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