La Costituente “Comunale” del Presidente Maduro

Pubblicato il 01 maggio 2017 da Mauro Bafile

Il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro

“Annunci storici”. Lo aveva assicurato, provocando una tempesta di speculazioni, il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, in occasione del “Congreso de la Patria – Capítulo Clase Obrera”. Per giorni, nella rete si sono susseguite voci insistenti e preoccupate che ipotizzavano aumenti salariali del 100 o 200 per cento, nuovi provvedimenti nell’ambito economico, maggiori controlli di prezzi e dei cambi, ordini d’arresto e così via. Ma pochi, e tra questi il presidente del Parlamento Julio Borges, si erano avventurati ad avanzare la possibilità della convocazione di una nuova Assemblea Costituente che avrebbe il proposito di riscrivere la Carta Magna. Il Presidente del Parlamento aveva anticipato che tra i progetti dell’Esecutivo stava prendendo corpo la possibilità di convocare un’Assemblea Costituente Comunale. Se ciò si fosse tradotto in annunci concreti, aveva sottolineato Borges, non ci sarebbero stati più dubbi circa l’esistenza di un “Colpo di Stato” mai rientrato.
– Con questa convocazione – profetizzava – la crisi si aggraverebbe.
Il presidente Maduro, nel suo discorso del Primo Maggio, ha annunciato la creazione di una Commissione Presidenziale presieduta da Elías Jaua Milano, e integrata da Aristóbulo Istúriz, Hermann Escarrá, Isaías Rodríguez, Earle Herrera, Cilia Flores, Delcy Rodríguez, Iris Varela, Nohelí Pocaterra e Francisco Ameliach. E ha precisato:
– Nelle prossime ore consegnerò al Potere Elettorale la base elettorale della convocazione. Sarà una Costituente con 500 costituenti dei quali 250 eletti dalla base della classe operaia.
E ha proseguito:
– Convoco una Costituente cittadina, non dei partiti né di un élite; una Costituente contadina, operaia, comunale; una Costituente femminista, della gioventù, degli studenti ma soprattutto una Costituente operaia, profondamente operaia e comunale.

Certamente bisognerà attendere i decreti presidenziali per conoscere le basi della convocazione ma c’è già chi sostiene, nell’interpretare le parole del capo dello Stato, che si pretende la scelta dei costituenti con elezioni di secondo grado. Insomma, una Assemblea Costituente votata non a suffragio universale ma dalle corporazioni.
Il giorno precedente, il capo dello Stato aveva annunciato l’aumento del salario minimo, come è oramai tradizione il Primo Maggio. Non sono stati presi altri provvedimenti di carattere economico. L’aumento del salario minimo, questa volta del 60 per cento, e quello del “cestaticket” – buoni per comprare generi alimentari e medicine che accompagnano lo stipendio, pur senza gravare sul calcolo dei contributi che l’azienda deve versare – portano lo stipendio minimo ad un totale di 200mila bolívares. Una cifra ancora irrisoria, se si pensa che il carrello della spesa per una famiglia “tipo” composta da cinque membri, ha superato secondo il Cenda (Centro de Documentación y Análisis para los Trabajadores), che ne aggiorna mensilmente il costo, il milione di bolívares. Ma pesa sul settore produttore privato che oggi lotta per sopravvivere.

L’aumento salariale, per il quale non sono state consultate né le organizzazioni imprenditoriali né quelle operaie, è il riconoscimento tacito dell’esistenza di un’inflazione che né i controlli dei prezzi, né quello dei cambi, né l’importazione di prodotti poi venduti a prezzi “politici”, né le borse di generi alimentari consegnate dai “Comité Local de Abastecimiento y Producción”, né la tessera della Patria, sono riusciti a frenare.
La mancanza di annunci di provvedimenti economici volti a frenarne la contrazione e a porre un argine all’iperinflazione che colpisce soprattutto gli strati della popolazione meno abbienti, danno l’impressione di un governo alla deriva, incapace di correggere gli squilibri macroeconomici e la cui unica preoccupazione sembrerebbe essere quella di restare al potere nella speranza che presto o tardi i prezzi del petrolio tornino a livelli sufficientemente alti da permettere di continuare a finanziare e sostenere gli ammortizzatori sociali. La fame e la disperazione sono sempre più evidenti nella fotografia del Paese che ci mostra la quotidianità: file interminabili davanti ai generi alimentari e ai supermarket, famiglie intere in strada di fronte ai negozi chiedendo non denaro ma cibo, qualunque cosa pur di appagare la fame, giovani, adulti, anziani rovistando nei bidoni della spazzatura in cerca di un tozzo di pane o qualche avanzo.

Intanto cresce l’isolamento internazionale. La decisione del presidente Maduro, di ritirare il Paese dall’Organizzazione di Stati Americani pare abbia l’obiettivo di attenuare le pesanti conseguenze che deriverebbero dall’applicazione della “Carta Democratica” che, stando a esperti in materia, sarebbe oramai inevitabile e imminente. I Paesi dell’Osa, ed anche su questo pare siano d’accordo tanti analisti, sarebbero ormai convinti che in Venezuela si starebbero violando sistematicamente i Diritti Umani. Il governo, ancora una volta, si è difeso accusando l’Osa di essere uno strumento al servizio dell’“imperialismo” e del grande capitale internazionale “servo” degli Stati Uniti. Ha quindi denunciato una cospirazione della destra nazionale e straniera orientata a provocare squilibri istituzionali tali da creare le condizioni per un “golpe” come quello che, l’11 settembre del 1973 con il barbaro assassinato del presidente socialista Salvador Allende, mise fine all’esperienza socialista cilena e diede inizio ad una delle più tristi pagine di storia dell’America Latina.
Il presidente della Repubblica, nel rendere nota la decisione, ha fatto leva, una volta ancora, sui sentimenti nazionalisti, cercando di vendere un’evidente sconfitta diplomatica come un gesto di coraggio, di difesa della sovranità e della dignità di un popolo.
Una volta consegnata la lettera alla Segreteria dell’Osa, la delegazione diplomatica venezolana, come spiegato dalla ministro Rodríguez, si ritirerà e non parteciperà più alle assemblee dell’Organismo. Da sottolineare, comunque, che l’uscita del paese dall’Osa non sarà, né potrà, essere immediata. In altre parole, come in quella della Gran Bretagna dall’Unione Europea, anche il Venezuela dovrà seguire un iter burocratico. E questo potrebbe durare anche due anni. Inoltre, il Paese dovrà azzerare i suoi debiti con l’organismo, che supererebbero gli 8 milioni di dollari. Fino a quando il Venezuela non avrà completato il percorso burocratico, continuerà a dover rispettare gli statuti dell’Osa e potrà essere oggetto delle sanzioni che l’organismo decida. Un aspetto che l’Esecutivo non ha spiegato, ma sul quale l’Opposizione ha insistito, è che la Costituzione stabilisce tassativamente che un governo non potrà mai tornare indietro in materia di diritti umani, rispetto delle istituzioni democratiche e libertà individuali, se quanto stabilito negli Statuti e accordi internazionali offre alla popolazione maggiori garanzie che non la Costituzione stessa. Poco importa la decisione di abbandonare un organismo o di denunciare un accordo.
Pur ritirandosi dall’Osa, l’organismo più importante del continente americano, né il Paese né il governo resteranno isolati. Il presidente Maduro semplicemente abbandona un organismo in cui la propria influenza era ormai irrilevante. Ma resta in altri in cui la “diplomazia del petrolio” ha ancora un suo peso. Vale a dire, l’”Unión de Naciones Suramericanas”, la “Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños” e l’“Alianza Bolivariana para los Pueblos de nuestra América”.
Bisognerà attendere per capire se la manovra del governo avrà successo e in che misura permetterà minimizzare a livello nazionale gli effetti di una probabile applicazione, inevitabile stando agli esperti, della Carta Democratica dell’Osa.

Alla pressione internazionale, poi, bisogna sommare le continue proteste dell’Opposizione. I venezuelani, almeno una gran parte di essi, pare abbiano perso la paura a scendere in strada e ad affrontare la repressione sempre più violenta delle forze dell’Ordine. Anche questo Primo Maggio i cortei organizzati dal Tavolo dell’Unità Democratica sono stati bloccati dalla Polizia con lanci di granate lacrimogene, proiettili di gomma, e cariche di alleggerimento. Le forze dell’Ordine, che hanno permesso ai cortei filo-governativi di recarsi indisturbati all’Av. Bolívar, hanno evitato che i simpatizzanti dell’Opposizione potessero raggiungere il Consiglio Nazionale Elettorale e il Tribunale Supremo di Giustizia. Ancora una volta tanti feriti, altri arresti. Non sono mancati casi di soffocamento tra gli abitanti, specialmente anziani, degli edifici nelle aree in cui sono stati lanciati i gas lacrimogeni. I leader del Tavolo dell’Unità hanno già annunciato che la protesta non si fermerà.
Mauro Bafile

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