Ite Missa Est

Pubblicato il 02 maggio 2017 da Luigi Casale

Andare di palo in frasca alla scoperta delle parole, è quello che di solito facciamo in questa nostra rubrica: tra detti e motti cerchiamo di capire parole comuni (usuali) e parole dotte (quelle più ricercate).

Oggi ci proponiamo di spiegare la parola “messa”. La quale, come sostantivo (la Messa), indica il rito religioso della tradizione cattolica, cioè la celebrazione eucaristica che si è strutturata nei secoli e che vede riunita intorno ad una mensa (l’altare) l’assemblea dei fedeli per rinnovare il mistero del pane e del vino, consacrati Corpo e Sangue di Cristo, e distribuiti ai partecipanti secondo la raccomandazione di Gesù nell’ultima Cena: “Prendete e mangiate …, prendete e bevete …, fate questo in memoria di me”. Quella che chiamiamo anche la Santa Messa.

Le persone di una certa età, che hanno partecipato a questo rito nella loro giovinezza quando la messa si celebrava in latino, ricorderanno il saluto finale del sacerdote alla fine della funzione religiosa: “Ite, missa est”; espressione che successivamente è stata tradotta: “Andate, la messa è finita”.

Ed è proprio da quel “missa” che è venuta fuori la parola “messa”. Ma “andate, la messa è finita” pur esprimendo il senso di quella espressione latina, non ne è tuttavia la traduzione letterale. Perché, stando alle parole usate e poiché “missa est” è voce del verbo mittere (= mandare), la frase ite missa est andrebbe tradotta in italiano così: “Andate, [perché] è stata [ormai] mandata”.

Ma che cosa è stata mandata? Molto probabilmente – ma potremmo dire: evidentemente – la cosa che “è stata mandata” è la vittima del sacrificio, l’offerta sacrificale. L’hostia, per dirla con una parola latina. Solo in questo senso si può intendere che “la messa è finita”.

Così, la parola italiana messa (come la corrispondente parola latina missa, che significa mandata) in quanto participio perfetto del verbo “mettere” significa: “appoggiata”, “adagiata”, “depositata”, “conservata”, a seconda dell’oggetto, del contesto comunicativo, dell’avverbio con cui l’accompagniamo. “Ho messo l’orologio”; “ho messo da parte un piccolo risparmio”; “mettere tutto in ordine”; “mettere in evidenza”; e così via. Ma se la leggiamo come sostantivo, cioè con un articolo davanti: “la messa”, allora essa significa tutt’altra cosa. Essa significa: “celebrazione eucaristica”; assemblea domenicale dei cattolici intorno all’altare. La santa Messa, insomma.

Per chi ricorda quel po’ di latino scolastico che ancora manteniamo nella mente, è evidente che il verbo italiano “mettere” – dal punto di vista del significante – è la naturale trasformazione del verbo latino “mittere” (paradigma: mitto, misi, missum, mittere). Da “missum” (supino) deriva il participio “missus”; al femminile “missa”. Solo che nei duemila anni trascorsi dal tempo di Cesare e Cicerone fino ad oggi, il “mittere” dei latini ha cambiato significato, mentre cambiava la forma fonica. All’origine “mittere”, come abbiamo detto, era mandare. Qualche cosa di diverso del nostro “mettere” (che gli antichi Romani dicevano “pònere”). Anche se poi con un piccolo sforzo di comprensione non avremmo difficoltà a riconoscere una certa affinità semantica tra il mandare e il mettere.

Luigi Casale

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Luigi Casale

Luigi Casale, insegnante in pensione e pubblicista. È nato nel 1943 a Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio. Oggi, continuando a mantenere contatti affettivi e culturali con la Campania, vive tra Bressanone (Alto Adige) e Lussemburgo. Durante la sua carriera professionale, ha insegnato nei Licei dell’Alto Adige, nella Scuola Europea di Lussemburgo, e presso il Dipartimento d’italiano dell’Università di Clermont-Ferrand (Francia). Si occupa di didattica delle lingue classiche e di linguistica generale. Nel più ampio quadro delle questioni pedagogiche e sociali, su queste tematiche offrirà la sua collaborazione in questa rubrica.




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