Boldrini tra gli sfollati di Boko Haram: “Il mondo aiuti la Nigeria”

ABUJA (NIGERIA). – Laura Boldrini prima tra gli sfollati del Nord est, poi tra i promotori della campagna #bringbackourgirls, che da anni manifestano ogni giorno per la definitiva liberazione di tutte le ragazze ancora nelle mani di Boko Haram. La giornata della Presidente della Camera nella capitale nigeriana Abuja inizia con un incontro istituzionale all’Assemblea Nazionale. Quindi, accompagnata dal suo omologo, lo speaker Yakubu Dogara, incontra le famiglie che hanno lasciato le proprie case, i propri villaggi per sfuggire ai terroristi di Boko Haram e ora si trovano in un campo di baracche, il Kuchingoro Idp Camp, a quindici minuti dal centro di Abuja, dove ieri sono rientrate le 82 ragazze di Chibok.

Millecinquecento disperati, di cui 400 bambini, costretti a vivere in una zona malsana, senza acqua nè luce, sfamati grazie alla solidarietà di qualche Ong straniera e gli scarsi contributi del governo nigeriano. In zona ci sono 14 campi come questo e in tutto il Paese sono circa 1,8 milioni di persone che cercano rifugio dopo aver abbandonato le province del Borno, dove i terroristi hanno imposto la loro legge.

Laura Boldrini, viene accolta tra gli applausi nel piazzale principale del campo, sterrato e polveroso, circondato da guardie nazionali armate sino ai denti. Da un lato si trovano centinaia di bambini piccoli, stipati sotto una tenda piena di mosche, dal lato opposto le donne, anche loro tantissime, quasi tutte con neonati legati con delle lunghe fasce di stoffa sulle spalle. Gli uomini sono tenuti un po’ più a distanza.

“La Nigeria sta affrontando la sfida del terrorismo in prima linea. Il mondo, la comunità internazionale – sottolinea la Presidente della Camera – deve dare una mano a questo Paese, fornire le risorse necessarie per far fronte al sostegno di questi profughi”. E annuncia alle autorità locali la donazione di una pompa idraulica da parte della delegazione italiana, che permetterà agli sfollati di prendere l’acqua dai serbatoi di raccolta.

“Lei, signora Boldrini – ha aggiunto Dogara – è la prima alta carica istituzionale dell’Occidente che è voluta venire in campi come questi. E questo è per noi molto importante”.

Le donne qui hanno tutte storie tragicamente simili. Priscilla ha 23 anni e ha il viso profondamente segnato. E’ cristiana, ma tra gli sfollati c’è anche qualche musulmano. Qui è con i suoi tre figli, uno piccolissimo, e il marito. Racconta che ha dovuto lasciare Goza, il suo villaggio nella regione del Borno, per evitare la morte. “Siamo scappati quando i terroristi sono piombati nelle nostre case. E fuggendo ho perso una figlia. Abbiamo camminato due mesi e siamo arrivati qui ormai tre anni fa”.

Dietro di lei, una donne musulmana, anche lei con un figlio neonato in braccio. E’ Afsat, velata, ha 29 anni, cinque figli, anche lei stravolta dal dolore e della fatica. Viene dallo stato di Katsina, sempre nel nord, infestato dalle violenze jihadiste. Per arrivare in quel campo ha camminato 8 mesi.

In serata l’incontro con i promotori di #bringbackourgirls che ogni santo giorno da oltre tre anni, dalle 5 alle 6 di pomeriggio, in un parco di Abuja, manifestano, urlano slogan, a favore della definitiva liberazione delle rapite da Boko Haram. Sono parenti, zii, cugini, o solo conoscenti delle ragazze che non intendono mollare una campagna che ha avuto come testimonal d’eccezione Michelle Obama.

“Dobbiamo unire le forze contro il terrorismo, perchè – ha ribadito Boldrini – le ragazze di Chibok tornino tutte a casa, e contro il sottosviluppo che costringe altre ragazze a essere vittime della tratta: dobbiamo unire le forze soprattutto di noi donne”. Durante l’incontro scoppia un temporale. E una delle animatrici della campagna, senza scomporsi, commenta sorridente, parlando alla Presidente: “In Africa quando piove è una benedizione. Il fatto che lei sia stata qui tra noi lo conferma”.

(dell’inviato Marcello Campo/ANSA)