Assemblea Costituente, inganno o necessità?

Pubblicato il 08 maggio 2017 da Mauro Bafile

Prima ancora che il presidente della Repubblica, Nicolas Maduro, comunicasse la decisione di convocare una Assemblea Costituente, alcuni leader dell’opposizione, Julio Borges in primis, ne avevano anticipato l’annuncio. E così, la notizia non è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Ha destato sorpresa, invece, la caratteristica essenziale dell’Assemblea, così come spiegata dal capo dello Stato. Ovvero, ha stupito, ed ancor più destato sospetti, l’aggettivo “comunale”. Che cosa voleva dire il presidente Maduro? Stando alle sue parole non si tratterebbe solo di riscrivere la Costituzione ma di farlo attraverso la partecipazione di Costituenti eletti nell’ambito settoriale – corporativo e territoriale. E non tra i docenti e conoscitori della materia, tra l’intellettualità eccelsa del Paese e, molto meno, tra i leader dei partiti. Detto in altre parole, si ha il sospetto che nonostante il decreto parli, seppur perifericamente, di “suffragio universale”, l’elezione di chi parteciperà alla “Costituente” sarà di secondo grado. Se ciò fosse vero, i venezolani si dovrebbero recare in una data non precisata, e certamente non prossima, alle urne per eleggere gli aspiranti proposti dalle “comunas”, dai circoli popolari, dai “colectivos”, dalle “misiones”, e via dicendo. Sarebbero questi i responsabili di riscrivere la Carta magna. Consegnata la proposta al presidente del Consiglio Nazionale Elettorale, Tibisay Lucena, sarà questo organismo a decidere se le norme suggerite dal presidente Maduro sono percorribili. In ogni caso, sarà l’Alta Corte ad avere l’ultima parola.

Il Tavolo dell’Unità Democratica, conosciuta la proposta del presidente Maduro, ha subito denunciato una presunta manovra volta ad evitare le elezioni regionali, per le quali non è stata ancora fissata una data, e quelle presidenziali del prossimo anno. Secondo i sondaggi, il “chavismo” uscirebbe sconfitto e significativamente ridimensionato da entrambe. Una Assemblea Costituente neutralizzerebbe anche i Poteri Pubblici scomodi, quelli non allineati con il governo del presidente Maduro o comunque ancora indipendenti o quasi. Vale a dire, il Parlamento e la Procura della Repubblica che sarebbero sciolti. Come si ricorderà, l’intervento del Procuratore, Luisa Ortega Diaz, ha obbligato la Corte a tornare sui suoi passi al denunciare che le sentenze 155 e 156 rappresentavano una palese violazione della Costituzione e un’interruzione della vita democratica del Paese.

Nella strategia del presidente Maduro vi è ovviamente anche l’intenzione di fare emergere le tante divisioni e contraddizioni esistenti in seno all’Opposizione. Una Costituente potrebbe risvegliare le ambizioni dei piccoli “caudillos” regionali e le smanie di potere dei tanti partiti piccoli e grandi che costituiscono il Tavolo dell’Unità Democratica. Crepe che avevano convinto i leader della coalizione a rilanciare e a preferire il Referendum Revocatorio sulle regionali.

E intanto continuano le proteste contro il governo del presidente Maduro. Oggi, il costo “politico” della repressione sta ricadendo tutto sulle Forze Armate la cui popolarità e apprezzamento non sono più ai livelli del passato. La Guardia Nazionale, fino a pochi anni fa stimata e rispettata, è oggi accusata di eccessi inammissibili nel controllo dell’ordine pubblico durante le manifestazioni indette dal Tavolo dell’Unità. Gas lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, come mostrano i video e le foto che postate nelle reti fanno il giro del mondo; mezzi blindati che investono con violenza i giovani lasciando corpi inermi al suolo, sono segni di una violenza che non ha senso. Ed illustrano un Paese che non conoscevamo; un paese che è il prodotto del discorso aggressivo di chi, invece, dovrebbe richiamare alla calma e alla ragione.

Mentre la violenza divampa ormai un po’ ovunque, in Venezuela, la mancanza di generi alimentari è sempre più preoccupante. E ad aggravare la situazione sono i saccheggi non solo dei depositi di alimenti e dei supermarket piccoli e grandi, ma soprattutto delle fabbriche. Molte di queste non riapriranno con grave danno alla produzione e all’impiego. Oggi le cifre che illustrano la partecipazione privata nell’economia sono allarmanti. In assenza di statistiche ufficiali bisogna fidarsi di quelle di organismi privati comunque autorevoli. Stando a Consecomercio, in 10 anni sono scomparse circa 500mila aziende. Nel 2002, in Venezuela ne esistevano 830mila, oggi solo 250mila. Stando all’“Unión Empresarial del Comercio y los Servicios” dello Stato Zulia hanno chiuso negli ultimi 20 anni 8mila industrie. Cifra confermata da Victor Maldonado, direttore esecutivo della Camera di Commercio e Industria di Caracas. Secondo il dirigente industriale, all’inizio del governo dell’estinto presidente Chávez esistevano nel Paese circa 12mila industrie e 650mila aziende. Oggi sono rimaste 140mila aziende e solo 4mila industrie che occupano appena il 35 per cento della loro capacità produttiva. La débâcle dell’imprenditorialità privata avrebbe provocato la perdita di circa 700 mila posti di lavoro solo nell’ultimo anno. Una radiografia dantesca del Venezuela che spiega quanto profonda sia la contrazione economica che il governo del presidente Maduro dovrebbe riuscire ad arginare.
Mauro Bafile

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