Gli Stati Golfo pronti a normalizzare le relazioni con Israele

Pubblicato il 16 maggio 2017 da ansa

TEL AVIV. – Gli Stati del Golfo sono pronti a normalizzare le relazioni con Israele se si impegna a perseguire “sforzi significativi” per il riavvio dei negoziati di pace con i palestinesi. La mossa arriva a pochi giorni dalla visita del presidente americano Donald Trump in Israele e Cisgiordania che ha come obiettivo dichiarato proprio quello di rivitalizzare i negoziati, ormai in stallo, tra israeliani e palestinesi. Visita che, tuttavia, in questi ultimi due giorni sembra essersi complicata per alcune frizioni tra le amministrazioni americana e israeliana.

Ma l’apertura – riferita dal Wall Street Journal (Wsj) – sembra rivestire una doppia valenza se si tiene conto che Trump, prima di arrivare a Gerusalemme e Betlemme, si fermerà il giorno precedente proprio in Arabia per incontrare i sauditi e i loro alleati. Secondo il Wsj, l’Arabia Saudita e gli Emirati – capofila della proposta normalizzazione definita “senza precedenti” – ne hanno già parlato con gli Usa e Israele.

I paesi arabi sarebbero dunque disposti, nell’ambito della normalizzazione, ad autorizzare la posa in opera di linee di telecomunicazione dirette con Israele, il commercio tra partner arabi ed israeliani senza difficoltà di visto, scali nei propri aeroporti per il voli di Israele e il passaggio nel proprio spazio aereo. In cambio, Israele dovrebbe congelare la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania e allentare le restrizioni economiche e commerciali con la Striscia di Gaza.

Una apertura che sembra avere il proposito di favorire in qualche modo il lavoro di Trump, offrendo una carta in più da giocare sul tavolo del riavvio dei negoziati tra Israele e Autorità nazionale palestinese (Anp). Anche se le polemiche di questi due ultimi giorni sono apparse appesantire il clima favorevole che c’era al momento in cui fu annunciato il viaggio.

Al centro delle frizioni ci sono sia l’apparente rallentamento sul trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, più volte annunciata da Trump con grande determinazione, sia la questione del Muro del Pianto. Ieri sera l’ufficio di Benyamin Netanyahu, con una decisione considerata inusuale, ha diffuso le minute del suo incontro con Trump di febbraio scorso definendo così “un falso” il rapporto di Fox News secondo cui in quella stessa riunione il premier avrebbe frenato sul trasloco per tema di “un bagno di sangue” nella regione.

Dal testo delle minute – ha denunciato l’ufficio del premier – non solo emerge che Netanyahu ha invece sostenuto che “il trasferimento non comporterà alcun bagno di sangue”, ma anche che “ha caldeggiato lo spostamento dell’ambasciata” con Trump. La seconda questione rischia di diventare un vero e proprio macigno sulla visita: il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, H.R. McMaster – secondo i media israeliani – si è rifiutato di rispondere per ben due volte alla domanda dei giornalisti, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, se il Muro del Pianto a Gerusalemme (dove Trump andrà non appena sbarcato) “sia parte di Israele”.

“Questa – ha detto riferendosi alla questione – è una decisione politica”. L’uscita di McMaster ha fatto seguito ad una dichiarazione di fonti della stessa Casa Bianca che appena questa mattina hanno sconfessato la decisione del Consolato Usa a Gerusalemme – rivelata ieri sera da Canale 2 della tv dello stato ebraico – di non discutere con rappresentanti israeliani la visita di Trump al Muro del Pianto visto che “questo si trova” a Gerusalemme est, ovvero “in Cisgiordania”.

Un concetto respinto con fermezza da Israele. Da segnalare che il neo ambasciatore Usa in Israele David Friedman – che oggi ha presentato le credenziali al presidente Rivlin – non appena arrivato ieri a Gerusalemme è subito andato al Muro del Pianto a pregare da ebreo osservante. Un gesto – come ha detto Netanyahu ricevendolo – che Israele “ha molto apprezzato”.

(di Massimo Lomonaco/ANSAmed)

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