Italia Paese di pensionati e impiegati, crescono le disuguaglianze

Pubblicato il 17 maggio 2017 da ansa

Un clochard accampato, davanti al Teatro San Carlo di Napoli.
ANSA / CIRO FUSCO

ROMA. – Le disuguaglianze si moltiplicano e fanno esplodere le vecchie classi che contrapponevano borghesi e operai. Una visione andata in frantumi, non in grado di intercettare precari, stranieri o disoccupati. Stavolta a certificarlo è l’Istat, che quest’anno, nel consueto Rapporto sulla situazione del Paese, non ha solo fornito nuovi numeri ma anche una nuova mappa della società italiana.

Prima le famiglie venivano incasellate in base alla professione, ma adesso l’operazione lascerebbe fuori metà popolazione, visto che ci sono milioni di case dove nessuno ha un impiego. Poi c’è sempre una fetta più ampia di persone che sono fuori dal mercato del lavoro perché ormai avanti con l’età. Un dato che cozza con il record negativo di nascite. Una società così diventa difficilmente scalabile. L’ascensore sociale si blocca e la crescita arranca.

Per il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, “bisogna continuare a lavorare sugli investimenti e sull’innovazione” e sul tema “dell’alternanza di scuola-lavoro”. Le opposizioni però insorgono: il M5s parla di ricetta “fallimentare” e rilancia “il reddito di cittadinanza”. Fi con Renato Brunetta definisce un “disastro” la politica economica del Governo, puntando il dito contro il Mef. Ecco allora l’identikit del Paese tracciato dall’Istat.

CLASSE OPERAIA E CETO MEDIO, RESTANO SOLO SCHEGGE. Viene meno “il senso di appartenenza a una data classe sociale e ciò è particolarmente vero per la classe media e la classe operaia”. Oggi “la piccola borghesia” è sparsa in tanti rivoli, mentre le tute blu hanno perso il loro “connotato univoco”. Una crisi d’identità dovuta alle “disuguaglianze sociali acuite dalla frammentazione e precarizzazione delle forme contrattuali”.

ITALIA POPOLO DI PENSIONATI E IMPIEGATI. Se gli schemi tradizionali, che risalgono alla seconda metà degli anni Ottanta, non funzionano più è allora venuto il momento di aggiornarli. L’Istat disegna così nove gruppi sociali, non facendo più riferimento solo alla professione ma anche al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza. I più popolati sono le ‘famiglie di impiegati’ (12,2 milioni di persone) e le ‘famiglie degli operai in pensione’ (10,5 milioni). Seguono a distanza i giovani blue-collar, per lo più coppie con lavori a bassa qualifica o precari.

FAMIGLIE JOBLESS, L’OCCUPAZIONE E’ UN MIRAGGIO. Nel 2016 si contano circa 3 milioni 590 mila famiglie dove nessuno la mattina si alza e va a lavorare, dove non si può contare su redditi che abbiano origine da un impiego. D’altra parte “se si sommano i disoccupati e le forze di lavoro potenziali, le persone che vorrebbero lavorare ammontano a poco meno di 6,4 milioni”.

I MAMMA-BOYS NON PASSANO MAI DI MODA. Quasi sette under35 su dieci vivono ancora nella famiglia di origine. Precisamente sono il 68,1%, pari a 8,6 milioni di giovani. Le difficoltà delle nuove generazioni a trovare un posto sembrano così alimentare la tradizione italiana dei cosiddetti ‘bamboccioni’. E nonostante qualche miglioramento, i Neet, i ragazzi che non lavorano e non studiano, sono ancora 2,2 milioni. Una cifra che ci vede maglia nera in Ue.

SOVRACCARICO DI LAVORO PER LE DONNE, TRA CASA E UFFICIO. Le casalinghe “con il loro lavoro producono beni e servizi per 49 ore a settimana”. Guardando agli occupati, ovvero a quanti svolgono sia il lavoro retribuito che quello familiare, le donne superano le 57 ore, mentre gli uomini le 51. Tra casa e lavoro è quindi evidente l’extra che grava su mogli, mamme e nonne.

ASCENSORE SOCIALE INCEPPATO. “Il 40% dei figli in famiglie con un livello d’istruzione basso non va oltre la licenza media, mentre poco più di uno su dieci riesce a ottenere un titolo universitario”. Un’eredità quella del titolo di studio che condiziona anche la vita lavorativa. Basti pensare che nella tassonomia dell’Istat la classe dirigente è fatta solo da persone che possono vantare un titolo accademico.

RIPRESA NON PER TUTTI, RITMO INSUFFICIENTE. “La ripresa, a causa dell’intensità insufficiente della crescita economica, stenta ad avere gli stessi effetti positivi diffusi all’intera popolazione”. Parola dello stesso presidente dell’Istat, Giorgio Alleva. Tanto che l’indice di disagio economico nel 2016 risale.

SEMPRE PIU’ CAPELLI GRIGI E CULLE VUOTE. La quota di individui di 65 anni o più ha raggiunto il 22%, collocando il nostro Paese al livello più alto in Ue. Al record di longevità si accompagna un nuovo minimo delle nascite (474mila). Dati che per Alleva devono far scattare l’allarme, in fatto di natalità, spiega, siamo tornati “alla metà del Cinquecento”. E ciò nonostante il contribuito che arriva dagli stranieri (giunti a 5 milioni).

(Di Marianna Berti/ANSA)

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