Dem bocciano Lieberman a capo dell’Fbi: “Non è ruolo politico”

Joe Liberman-GettyImages
Joe Liberman-GettyImages

WASHINGTON. – Il suo nome era balzato subito in cima alla rosa dei papabili per sostituire James Comey alla direzione dell’Fbi, ma il No dei democratici l’ha bloccato. Joe Lieberman, ex senatore indipendente, già democratico e candidato vicepresidente nel ticket con Al Gore, deve fare i conti con il muro dei dem che complica – e forse anche procrastina – lo scenario aperto dal siluramento di Comey.

Il presidente Donald Trump parte infatti per il suo primo viaggio all’estero, che lo terrà lontano da Washington per nove giorni, senza nominare il nuovo direttore dell’Fbi e lascia Washington in un limbo, pur in acque agitatissime, con l’attenzione tutta rivolta a Capitol Hill. La conferma dalla Casa Bianca poco prima della partenza di Trump: nessun annuncio imminente.

Eppure in un primo momento proprio la possibile scelta di Lieberman sembrava poter mettere un punto nell’intricata vicenda, con lo stesso presidente che aveva lasciato intendere di voler voltare pagina rapidamente: “Siamo molto vicini” a nominare il nuovo direttore dell’Fbi, aveva detto, sottolineando che l’ex senatore indipendente era in corsa per l’incarico.

Stando ad indiscrezioni però i senatori democratici hanno nel frattempo fatto ben presente la loro contrarietà, nella convinzione che il direttore dell’Fbi non dovrebbe essere un ex politico, per motivi di indipendenza oltre al fatto che gli mancherebbe l’esperienza per il ruolo.

Intanto continuano i tentativi per ‘ricostruire una verità sull’ultima tegola in ordine di tempo abbattutasi su Trump e che non pochi osservatori giudicano almeno in parte autoinflitta. Così in attesa di sapere se Comey acconsentirà a testimoniare davanti al Congresso per parlare di quel memo che ha scatenato i dubbi sulle ingerenze di Trump nel chiedere che si ‘lasciasse correre’ circa l’inchiesta sul suo ex consigliere per la sicurezza nazionale Mike Flynn e i presunti contatti con rappresentati russi, si fanno avanti i ‘difensori’ dell’ex direttore dell’Fbi.

Comey ha cercato in più occasioni di mantenere le distanze da Trump e dalla Casa Bianca e si è lamentato con alcuni amici del comportamento inappropriato del presidente e dello staff, scrive il New York Times citando alcune fonti, fra cui Benjamin Wittes, amico dell’ex direttore dell’Fbi e componente del think tank Brookings Institution.

Durante un pranzo in marzo, Comey si era lamentato con lui di aver trascorso i primi due mesi dell’amministrazione Trump a cercare di mantenere le distanze fra l’Fbi e la Casa Bianca e di educarli sulle corrette modalità di comunicazione, racconta Wittes, sottolineando che Comey riteneva il presidente stesse cercando di instaurare un rapporto di amicizia, ma che lui opponeva resistenza perchè riteneva ogni conversazione o contatto personale con Trump inappropriato.

Come quell’abbraccio, nello studio ovale subito dopo l’insediamento di Trump, che mise Comey a disagio fino a lasciarlo ‘disgustato’, dice Wittes anche alla Cnn.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)