“Cent’anni di solitudine” festeggia 50 anni

BOGOTA’. – Cinquant’anni fa, il 30 maggio 1967, la casa editrice Sudamericana di Buenos Aires concluse la stampa della prima edizione di Cent’anni di solitudine, il romanzo di Gabriel Garcia Marquez che avrebbe cambiato la storia della letteratura del secolo XX e avrebbe portato lo scrittore colombiano fino al riconoscimento del Premio Nobel.

Non che lo straordinario destino del libro sia stato facile da vedere già dalla sua nascita: le prime copie arrivarono nelle librerie pochi giorni dopo, il 5 giugno, la stessa data in cui iniziò la Guerra dei Sei Giorni in Medio Oriente. Pochi lettori, all’epoca, prestarono attenzione alla saga famigliare dei Buendia sognata e poi fatta diventare letteratura da “Gabo”.

Anche prima della sua nascita, però, il romanzo era già famoso nei cenacoli letterari, come ha spiegato all’ANSA Conrado Zuluaga, accademico colombiano e specialista dell’opera di Garcia Marquez. Un anno prima della sua pubblicazione, infatti, lo scrittore ne aveva anticipato l’incipit sul quotidiano El Espectador, dove aveva lavorato per anni come giornalista, e molti giovani autori latinoamericani – come Julio Cortazar, Carlos Fuentes o Mario Vargas Llosa – avevano lodato l’opera del loro collega colombiano molto prima che diventasse disponibile.

“Non è possibile sapere se lo fecero consciamente o no, ma non c’è dubbio che lo fecero. Se si erano messi d’accordo o no non importa, quello che conta è che crearono un’aspettativa reale per l’arrivo del romanzo, qualcosa di molto comune oggigiorno, ma che all’epoca non si era mai visto”, ha spiegato Zuluaga.

Qualsiasi sia stato il meccanismo attraverso il quale è nato “Cent’anni di solitudine”, resta comunque che la sua pubblicazione segnò un momento cruciale nell’evoluzione delle lettere sudamericane e, successivamente, del mondo intero.

Secondo Zuluaga, Garcia Marquez “restituì alla letteratura quello che gli passava per la testa, e che faceva parte della sua realtà: i suoi sogni e i suoi incubi, la magia e la tragedia, ma non solo quelli vissuti, anche quelli che esistono solo nella mente”.

Così, secondo l’accademico colombiano, il “realismo magico” di “Gabo” prese il posto del “realismo oscurantista” precedente, riportando la letteratura in spagnolo a una concezione più simile a quella del suo classico fondatore, “Don Chisciotte”, un’opera “allo stesso tempo piena di simboli, eppure vicina al lettore”.

L’onda d’urto fu tale che “Cent’anni di solitudine” diventò prima il simbolo del “boom letterario” latinoamericano, e poi del “nuovo favolismo”, diventando un’influenza decisiva per autori così diversi come l’americano John Irving o il britannico d’origine indiano Salman Rushdie.

(di Javier Fernandez/ANSA)