Sarti: addio al portiere di ghiaccio, icona della Grande Inter

Sarti in azione con la Grande Inter di Helenio Herrera

ROMA. – Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi… E’ come il ‘do re mi fa sol’, una filastrocca che contrassegnava la Grande Inter, capace di salire sul tetto del mondo. Oggi se n’è andato un altro di quegli eroi in bianco e nero, Giuliano Sarti, che Gianni Brera descrisse come “talento impeccabile del piazzamento”, dotato di “attenta e costante concentrazione, tempismo perfetto, sicurezza eccezionale”, dopo averlo visto per la prima volta fra i pali.

Il ‘Portiere di ghiaccio’ si è sciolto in una mattina di fine primavera, un giorno prima del 53/o anniversario dello spareggio-scudetto perso nel 1964 dall’Inter, nell’Olimpico di Roma, contro il Bologna. Dopo essersi imposto nella Fiorentina, contribuendo alla conquista del primo storico scudetto nella stagione 1955/56, e dopo nove anni di amorevole militanza viola, Sarti fu quasi costretto a trasferirsi all’Inter dall’avvento di uno scalpitante Enrico Albertosi, già nel giro della Nazionale, ma riserva del portiere emiliano.

I colori viola, tuttavia, gli sarebbero rimasti sempre cuciti addosso. “A Firenze – raccontò, in un’intervista – ho vinto il primo scudetto, mentre a Torino, nel 1969, alla penultima giornata, ho rivisto la Fiorentina campione d’Italia. Quel giorno parò Anzolin, io tifavo per la Viola”.

Con la Fiorentina sognò pure un grande trionfo europeo, nella seconda Coppa dei Campioni della storia, persa contro un leggendario Real Madrid. Sarti toccò con mano l’estro Di Stefano e Gento, Santisteban e Kopa, nella finale persa a Madrid. La consacrazione arrivò nelll’Inter, squadra-simbolo del boom economico.

Alla Bussola di Bernardini ci si innamorava con Sapore di sale, lo squadrone di Angelo Moratti saliva sul tetto d’Europa e del mondo. “A Milano arrivò da calciatore maturo e portiere affermato”, ricorda Sandro Mazzola. “Io ero un ragazzino, lui e Picchi trovarono ben presto l’intesa, su quell’asse vennero costruite le fortune dell’Inter – racconta Mazzola -. La nostra difesa, con Burgnich, Facchetti, Guarneri… Era una specie di litania.

Sarti è stato un grande portiere e un grande uomo, che aveva un modo tutto suo di stare in porta. Un giorno gli chiesi perché si muoveva un attimo dopo che l’avversario scagliasse il pallone e lui mi rispose di voler avere fino alla fine la percezione di quello che sarebbe accaduto. In ogni caso, si faceva trovare sempre pronto”.

Nell’Inter vinse tutto, ma la sua permanenza in nerazzurro si chiuse con due macchie: la sconfitta nella finale della Coppa dei Campioni 1967, contro il Celtic (in rimonta 2-1) a Lisbona e, soprattutto, l’errore del primo giugno, a Mantova, dove l’Inter perse lo scudetto per una papera proprio di Sarti, che non riuscì a trattenere un innocuo cross di Di Giacomo, facendosi scivolare il pallone dalle mani.

L’Inter si era presentata nella città di Virgilio in vetta alla classifica e con un punto di vantaggio sulla Juve, che quel giorno vinse invece il 13/o scudetto. “I giornalisti mi chiamano quando c’è da ricordare una delusione, come la beffa dell’Inter il 5 maggio 2002 fa a Roma e fanno i paragoni con la ‘papera’ del 1967. Va bene, sono qui vivo e vegeto e ho una buona memoria”, polemizzava lo stesso Sarti, che chiuse la carriera proprio nella Juve, alla corte di un altro Herrera (Heriberto), facendo il secondo di Anzolin, nell’attesa che sbocciasse il giovane Roberto Tancredi.

Non ebbe fortuna in Nazionale, malgrado fosse stato chiamato per il dopo-Corea. “In azzurro – sostiene Mazzola – avrebbe sicuramente meritato di più, invece trovò sulla propria strada colleghi molto forti”. Albertosi e William Negri, portiere del Bologna, su tutti. Oggi il ‘Portiere di ghiaccio’ è salito in cielo e chissà che non gli diano una porta da difendere.

(di Adolfo Fantaccini/ANSA)