Aula vuota per il “tedescum”. Napolitano boccia legge e urne

Pubblicato il 06 giugno 2017 da ansa

Panoramica dell’aula di Montecitorio durante l’intervento del relatore di maggioranza Emanuele Fiano, per l’inizio della discussione sulle linee generali della proposta di legge: Modifiche al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di elezione della Camera dei deputati, e al testo unico di cui al decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 533, in materia di elezione del Senato della Repubblica (C. 2352 e abb.) a Montecitorio, Roma, 6 giugno 2017. ANSA MAURIZIO BRAMBATTI

ROMA. – E’ “abnorme” e “paradossale” il voto anticipato, tanto più frutto di un’intesa “extra-costituzionale” legata alla legge elettorale, da parte “di quattro leader di partito che agiscono solo calcolando le proprie convenienze”. Giorgio Napolitano pronuncia un sonoro “no”. Nelle ore in cui la Camera, in un’Aula quasi deserta, avvia la discussione del nuovo sistema di voto “tedesco”, arriva dall’ex capo dello Stato una netta e autorevole stroncatura dell’accordo siglato da Pd, M5s, Fi e Lega.

Matteo Renzi assicura di non avere “fretta di andare a elezioni”. Purché, aggiunge, si continui ad “abbassare le tasse” con una “legge di bilancio che abbia la forza di quella del 2016”. Ma le parole di Napolitano fanno sperare i piccoli partiti che, complici anche le incognite del voto segreto, puntano a far saltare la legge e bloccare il ritorno alle urne.

Poco meno di una ventina di deputati, su 630, prende parte alla discussione generale della legge elettorale nell’emiciclo di Montecitorio. Ma a tradire i nervosismi della vigilia delle prime votazioni, previste mercoledì all’ora di pranzo, c’è un ruvido botta e risposta tra Beppe Grillo e il Pd.

Il leader M5s infatti, parlando con gli operai Ilva a Taranto, dice che la legge elettorale “non la capisce nessuno”. Poi si corregge e spiega che il tema è “complicato” ma il lavoro sul testo è “certosino” e il testo che emerge è “costituzionale”. Ma il Pd teme che dietro i 15 emendamenti presentati da M5s si celi la voglia di mettere in discussione qualche punto dell’accordo.

E Lorenzo Guerini avverte: “Per noi l’accordo è valido se nessuno si sfila”. Se uno dei quattro partiti vota “contro, anche su un punto marginale”, sottolinea Ettore Rosato, l’accordo salta. Ma nell’accordo non c’è, assicura Matteo Richetti, il ritorno alle urne: “Nessun automatismo”. Ma è la mancanza di una legge elettorale uniforme l’unico vero ostacolo al ritorno al voto. Perciò i piccoli partiti denunciano che il giorno dopo l’approvazione del “tedesco” i quattro “grandi” saranno pronti a dichiarare finita la legislatura.

Pier Luigi Bersani, che con Giuliano Pisapia lavora al non facile percorso per il nuovo soggetto della sinistra, la racconta così: “L’accordo è votare subito. Chi non sta governando pensa di lucrare un po’ di voti, chi sta governando non vuole fare la legge di stabilità: fa impressione l’assenza di responsabilità”. La corsa alle urne nasce dai “capricci di uno che vuole tornare a fare il presidente del Consiglio”, attacca Enrico Letta con implicito riferimento a Renzi.

E Napolitano dettaglia con durezza le sue critiche: “In tutti i paesi democratici europei si vota alla scadenza naturale delle legislature”, mentre le urne nei mesi della manovra rischiano di alimentare “instabilità” e minare la credibilità. Di più, afferma l’ex capo dello Stato: è “extra-costituzionale” il patto a quattro siglato da Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini per una legge che “rende più difficile la governabilità” e il ritorno al voto. Perciò l’ex presidente si augura che al Senato la discussione sia vera.

Alle sue parole il Pd sceglie di non replicare, mentre Renato Brunetta da FI le definisce una “sterile polemica”. Angelino Alfano prova intanto a incalzare: il testo è “incostituzionale”, anche perché usa i collegi del Mattarellum, disegnati 25 anni fa, nel 1993. Nessuna incostituzionalità, assicura il Pd: “Se ci fosse stato lo sbarramento al 3% Ap sarebbe stato a favore”, dice Rosato.

Ma proprio sui collegi i quattro grandi partiti stanno ancora lavorando: in Aula il relatore Emanuele Fiano potrebbe presentare un emendamento che modifica quelli del Senato e li riduce dai 112 attuali, ai 100 dell’Italicum. Un altro emendamento, già ribattezzato “salva Mdp”, permetterà ai neonati gruppi della sinistra di presentare liste senza raccogliere le firme, come tutti gli altri gruppi.

Ma sui cardini dell’intesa, avvertono i Dem, non possono esserci modifiche. Perciò, di fronte alle richieste di M5s di introdurre il voto disgiunto e le preferenze e di fronte alle perplessità di alcuni di Fi sulla parità di genere, i Dem avvertono che se cambia qualcosa salta tutto. Occhi puntati, dunque, sui voti a scrutinio segreto, possibili sui temi più delicati: ne va del destino dell’intera legge.

(di Serenella Mattera/ANSA)

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