Legge elettorale: M5S, la spunta l’ala ortodossa

Pubblicato il 08 giugno 2017 da ansa

Roberto Fico (M5s)

ROMA. – C’è un Movimento ciarliero e sorridente tra i deputati Cinque Stelle che si affacciano in Transatlantico dopo la “morte” del “Fianum”: è il Movimento degli ortodossi, della nutrita fronda che, sin dalle prime battute, ha mal digerito il patto a 4 sulla legge elettorale. In fondo, quella di oggi è la loro vittoria. La vittoria del capogruppo alla Camera Roberto Fico e di tutti quei senatori che, se il Fianum fosse passato a Montecitorio, sarebbero stati obbligati al silenzio.

La legge, col passare delle ore, aveva logorato il gruppo del M5S, e dalle sue ceneri ora esce un Movimento con degli equilibri mutati: a un Fico sorridente fa infatti da contraltare un Luigi Di Maio taciturno e scurissimo in volto. Era lui, con il beneplacito dei vertici del Movimento, il gran tessitore del dialogo con il Pd per una legge elettorale che portasse rapidamente alle elezioni. E non è un caso che, ancora a caldo, Di Maio non perda di vista uno degli obiettivi impliciti del Fianum: “la legislatura finisce oggi, ora si vada a votare e basta”.

Parole che nascondono un timore crescente nel candidato premier in pectore del M5S: che la debacle di oggi allontani le urne. La “morte” del Fianum, insomma, potrebbe risollevare le sorti degli ortodossi, gettare un’ombra scura sulla leadership di Di Maio e forse dare meno libertà ai vertici sulle ricandidature.

La debacle, in fondo, era annunciata da quei sei emendamenti che il M5S ha deciso di presentare in Aula e che lo stesso Fico definisce come “impossibili” da ritirare. Oltre all’emendamento sul Trentino-Alto Adige c’erano le due proposte su preferenze e voto disgiunto. Punti sui quali il M5S, in commissione, aveva scelto la linea della non belligeranza.

Ma con il passare dei giorni qualcosa è cambiato al suo interno: i malumori “sul patto con il nemico” sono cresciuti, facendo sbandare le certezze di Beppe Grillo sulla bontà dell’accordo e inducendo i vertici a chiedere, prima del voto finale, un nuova consultazione degli iscritti. Voto che, a questo punto si rende inutile.

Il Fianum è morto sul Trentino Alto Adige e, argomentano i deputati M5S, sarebbe comunque franato proprio sugli emendamenti su voto disgiunto e preferenze sui quali il M5S, spinto dall’ala ortodossa, era pronto a battagliare. Del resto, il post con cui il M5S chiamava gli iscritti al voto nel weekend recitava “Non sappiamo se ce la faremo perché non dipende solo da noi”, a testimonianza di una certezza ben più fragile, in Grillo e Davide Casaleggio, sulla tenuta e sull’opportunità del patto.

Un ulteriore segno dei dubbi sulla compattezza dei deputati è il vademecum per il voto segreto – premere il pulsante auto-filmandosi e mostrando bene il dito – giunto in mattinata al gruppo in ossequio alla trasparenza e a un controllo, anche interno, sui franchi tiratori. Un ordine di scuderia – che secondo alcuni è stato inviato via Telegram con toni ultimativi anche se lo staff M5S nega – resosi poi inutile ma che, in tanti tra i parlamentari erano pronti a disattendere.

Ora, ai vertici, toccherà riportare su una linea comune le due anime del M5S. Ma mentre, in serata, Grillo ad Asti provava a riconciliarsi con la base giudicando “meraviglioso” l’affossamento dell’Italicum, tra i senatori, già nel pomeriggio, montava l’entusiasmo: “Volete sapere se qualcuno è contento della morte del Fianum? Molti di più”.

(di Michele Esposito/ANSA)

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