Riecco i franchi tiratori, in guerra da 60 anni

Pubblicato il 08 giugno 2017 da ansa

ROMA. – I partiti nascono, muoiono, si trasformano, immersi nel “panta rei” della politica. Ma loro sono sempre lì, una falange nascosta che colpisce a tradimento, e fa cadere leggi, governi, candidati eccellenti. La prima repubblica è passata, la seconda è lì lì per farlo, e i franchi tiratori – immortali come in un film horror – si sono di nuovo organizzati per decidere come dovrà essere la terza. Devono il nome ai guerriglieri francesi che nel 1870 tendevano imboscate agli invasori prussiani. Ma a differenza dei patrioti transalpini, colpiscono solo all’interno delle proprie linee, intralciando le manovre degli eserciti e le carriere dei comandanti.

Gli ultimi 60 anni di storia della repubblica sono attraversati dalle loro scorribande. Protetti da un anonimato imperscrutabile, si muovono in Parlamento come gli adepti della setta dei Beati Paoli: non si sa chi siano i loro capi (di solito leader politici di primissimo piano che però stanno ben attenti a non lasciare tracce), non si sa dove si incontrino, i loro colpi lasciano sempre il nemico tramortito e umiliato. Il voto segreto è il paravento dietro il quale si nascondono e grazie al quale possono portare a segno le loro trame.

Alla Camera attaccarono per la prima volta nel 1958, quando colpirono e affondarono il governo presieduto da Amintore Fanfani: la guerriglia era animata da un gruppo di deputati della Dc che non sopportavano la somma di cariche riunite nelle mani del politico aretino (Fanfani, 60 anni fa, era presidente del consiglio, segretario del partito e ministro degli Esteri).

I franchi tiratori sono stati per decenni l’arma segreta manovrata dai capi corrente della Dc. Anche Aldo Moro non si fece scrupolo a utilizzarli, quando nel 1964 riuscì a bloccare la corsa di Giovanni Leone al Quirinale. Sulle scale di Palazzo Chigi, Moro suggerì a Carlo Donat Cattin di organizzare l’imboscata contro Leone utilizzando i “mezzi tecnici” a disposizione. “Quali mezzi tecnici?” gli chiese un collaboratore di Donat Cattin. “”I mezzi tecnici sono solo tre: il pugnale, il veleno e i franchi tiratori”, rispose Moro con un lieve sorriso.

Fanfani, negli anni d’oro della prima repubblica, fu il loro bersaglio preferito. Ma i congiurati delle Camere misero all’angolo anche Bettino Craxi, costretto a dimettersi da presidente del consiglio nel 1986. E chi altri se non le misteriose truppe del voto segreto impedirono a Arnaldo Forlani nel 1992 di diventare presidente della Repubblica? In quell’occasione i sospetti si concentrarono su Giulio Andreotti, che si era visto stoppare la sua candidatura al Quirinale proprio dallo stesso Forlani.

Dopo la tempesta di Mani Pulite e l’approdo al sistema maggioritario, gli anonimi pugnalatori si sono tenuti a lungo fuori dalla mischia, e mano a mano il ricordo delle loro gesta ha cominciato a sbiadire. Ma il franco tiratore vive nascosto all’interno di ogni parlamentare, una seconda natura pronta a manifestarsi quando è necessario. Se la seconda repubblica li ha visti meno protagonisti è solo perché con la riforma dei regolamenti i voti segreti sono diventate più rari. Ma quando l’occasione è propizia, ecco che i guastatori tornano in superficie.

La Dc non c’è più, ed è il Pd il partito dentro il quale si sono in maggioranza trasferiti. Ne sa qualcosa Romano Prodi, trafitto dai 101 che la sera del 19 aprile 2013 gli voltarono le spalle nelle votazioni per la scelta del nuovo capo dello Stato. Ne sa qualcosa anche Franco Marini, che di pugnalate, il giorno prima di Prodi, ne aveva ricevute ben 224.

Due anni fa l’ultimo attacco di rilievo. Anche allora, come oggi, sul campo c’era una legge elettorale: in 90 (tutti anti renziani più o meno dichiarati) tentarono di sabotare l’Italicum votando contro le indicazioni della maggioranza sulla reintroduzione delle preferenze. Fu un insuccesso: i novanta non bastarono a mettere in crisi la legge voluta da Renzi. Una delle rare volte in cui i franchi tiratori hanno fatto cilecca. Ma con il voto di oggi la loro terribile reputazione è stata di nuovo riscattata.

(Marco Dell’Omo/ANSA)

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