Stato-mafia, Graviano in carcere: “Berlusca chiese aiuto”

Pubblicato il 09 giugno 2017 da redazione

Silvio Berlusconi a un meeting di Forza Italia il 28 Febbraio 1994. ANSA/OLDPIX

PALERMO. – L’immagine del boss chiuso nel suo silenzio, del capomafia omertoso che non parla con estranei delle cose di Cosa nostra vacilla per la seconda volta. Dopo aver ascoltato le esternazioni di Totò Riina, impegnato per mesi in conversazioni a tutto campo con Alberto Lorusso, sfortunato detenuto scelto per far compagnia al capo dei capi nell’ora d’aria, è la volta di Giuseppe Graviano, padrino stragista di Brancaccio che ordinò l’assassinio di padre Puglisi.

Per quasi un anno, i pm che hanno istruito il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia l’hanno intercettato mentre chiacchierava, anche lui di tutto lo scibile umano, con Umberto Adinolfi, come lui dietro le sbarre nel carcere di Ascoli Piceno. Ore di dialoghi fitti, parte dei quali è stata depositata agli atti del processo in corso a Palermo a chi, per l’accusa, scese a patto con la mafia per far cessare le stragi.

Graviano, arrestato dopo una breve latitanza nel nord Italia nel 1994, parla a ruota libera, tanto che viene il sospetto che sappia che qualcuno lo ascolta. E ne ha per tutti: a cominciare da Silvio Berlusconi, che il boss chiama confidenzialmente Berlusca. “Mi ha chiesto questa cortesia… per questo c’è stata l’urgenza. Lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa”.

Linguaggio criptico che per i pm è una chiara allusione alle stragi del ’92 che vedrebbero l’allora imprenditore, già intenzionato a scendere in campo, come ispiratore e la mafia come esecutrice, nel tentativo di dare una spallata alla vecchia politica. Berlusconi viene descritto da Graviano come un traditore.

“Quando ha iniziato negli anni ’70 ha iniziato con i piedi giusti, mettiamoci la fortuna che si è ritrovato ad essere quello che è. Quando lui si è ritrovato un partito così nel ’94 si è ubriacato e ha detto ‘Non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato’. Pigliò le distanze e ha fatto il traditore”, racconta il boss ad Adinolfi.

Un Berlusconi ingrato che lascerebbe marcire al carcere duro persone innocenti che per lui si sono sacrificate, dunque, mentre sarebbe disposto a pagare il silenzio delle “buttane”, dice sferzante il capomafia. “Dalle intercettazioni ambientali di Giuseppe Graviano, depositate dalla Procura di Palermo, composte da migliaia di pagine, corrispondenti a centinaia di ore di captazioni, vengono enucleate poche parole decontestualizzate che si riferirebbero asseritamente a Berlusconi. Tale interpretazione è destituita di ogni fondamento non avendo mai avuto alcun contatto il Presidente Berlusconi né diretto né indiretto con il signor Graviano”, replica in una nota l’avvocato Niccolò Ghedini, senatore di FI.

Ma il ruolo che il boss assegna all’ex cavaliere cozza con la ricostruzione finora rappresentata dalla Procura che sulla trattativa ha istruito un processo a capimafia come Totò Riina e Leoluca Bagarella, Massimo Ciancimino, ex politici come Dell’Utri e ex ufficiali del Ros. Perché nella versione originaria il ruolo intermediatore di Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi in Publitalia, arrivava anni dopo e i referenti politici delle cosche erano altri: da Calogero Mannino, assolto in primo grado, a personaggi della Prima Repubblica ormai scomparsi e comunque evocati e mai indagati come Oscar Luigi Scalfaro.

Nella nuova storia della trattativa nel ’93, dopo le stragi del continente vissute da Carlo Azeglio Ciampi come un colpo di Stato a cui le istituzioni non avevano reagito, cambia tutto. Si alleggerisce il carcere duro, come la mafia voleva, e cessano gli attentati. E anche una storia privata, almeno apparentemente, come la gravidanza della moglie di Graviano, rimasta incinta mentre lui era al 41 bis, deve essere letta, secondo i pm, come una concessione dello Stato a Cosa nostra.

Il capomafia la racconta, emozionato, ad Adinolfi. La donna sarebbe stata fatta entrare nella cella con il padrino. Ore e ore di intercettazioni finiscono agli atti del processo trattativa. Insieme alla trascrizione delle frasi che un altro protagonista di quegli anni, Totò Riina, avrebbe detto, durante un’udienza di marzo del processo, in presenza di una guardia penitenziaria. “E’ lucido e orientato nel contesto”, ne deduce il pm Nino Di Matteo che si appresta a lasciare Palermo per la Dna.

(di Lara Sirignano/ANSA)

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