Preparare

Pubblicato il 12 giugno 2017 da Luigi Casale

E’ difficile descrivere il processo di formazione (e di trasformazione) dei significati che sono dietro alle parole. Significati che sorgono e si perfezionano mediante la pratica della comunicazione verbale, quella che si fa con l’uso delle parole. Poi, andando avanti col comportamento linguistico, se li conosciamo possiamo capire quello che si dice; se no, dobbiamo ricorrere al vocabolario. (Ma che sia moderno ed aggiornato! Mi raccomando.)

Ancora più difficile il tentativo ci comprendere questo processo di acquisizione dei significati, se esso avviene mediante un articolo a carattere divulgativo, come mi sto sforzando di fare con queste mie periodiche scritture. L’alternativa è lo studio sistematico della semantica.

Eppure, … ogni parlante di una certa competenza, di ogni parola che usa – e che presume di saper usare – deve possedere in mente quel contenuto ideale che chiamiamo significato, e che gli consente di continuare ad usarla. Ma come se l’è formato, il parlante, il significato della parola?

Sì! Come si formano i significati nelle nostre menti, prima di andare a finire nel vocabolario?

La risposta sembrerebbe semplice: “Attraverso la pratica del linguaggio”.

Ma che significa questo?

Ognuno di noi, senza avere chiara la consapevolezza del costante arricchimento linguistico, ad un certo momento della vita si è accorto di parlare una lingua storica: quella del gruppo dei parlanti nel quale si è trovato inserito, la famiglia, la città, la nazione. In maniera naturale ciò avviene intorno ai 3 anni di età.

Si sa che la lingua è un sistema di segni. E che il segno, qualunque sia la sua forma e la sua natura, rimanda sempre a qualche cosa di convenzionale che possiamo chiamare “contenuto”. (Lo dico, giusto per intenderci; perché dall’inizio di questo articolo l’abbiamo già chiamato “significato”). Il segno linguistico, in particolare, è, fatto di suoni articolati (emessi dal sistema fonatorio attraverso la bocca) che si chiamano fonemi. Questi fonemi, aggregati in unità superiori tali da aver un senso, diventano parole (vocaboli), le quali constano di due elementi: la parola in sé (parlata o scritta) che chiamiamo significante, e il suo significato (l’idea che abbiamo dell’oggetto – referente – che nominiamo) (F. De Saussure).

Ora ci dicono – ma possiamo sperimentarlo direttamente – che tra la parte materiale del segno (cioè la sua natura e la sua forma, cioè il significante) e il significato – l’idea astratta che ci siamo formati nella mente – al quale essa rimanda, non esiste nessun rapporto di necessità. (Ma potrebbe anche esserci. Non si sa mai ….). Cioè tra la parola “barca” e quella cosa che chiamiamo /barca/ non c’è niente che ci costringe a chiamare barca quell’oggetto, se non il fatto che questo legame si è strutturato all’interno della lingua italiana. In altre lingue, infatti, l’oggetto che noi chiamiamo barca è designato con un’altra parola, la quale mantiene lo stesso significato (o press’a poco) del nostro termine /barca/.

Per non portarla alle lunghe e, nello stesso tempo, per non lasciare il nostro attento lettore senza risposte, vorrei concludere, seppure in maniera provvisoria, dicendo che la formazione dei significati nella nostra mente è una prerogativa della specie umana che nasce però dall’interiorizzazione delle esperienze che la persona fa durante tutta la sua esistenza: esperienze esistenziali, quindi; ma anche esperienze linguistiche, a mano a mano che si implementa la conoscenza (l’acquisizione) del sistema-lingua. Cosa che si realizza solo se il soggetto è bene inserito in una comunità di parlanti.

Fatta la premessa, lunga ma doverosa, “prepariamoci” ad affrontare il tema del giorno, che è proprio il verbo preparare.

Non mi sforzerò oltre a cercar di esplicitarne il significato, immaginando che ogni lettore ne sappia riconoscere la portata. Ognuno di noi, infatti, che usiamo questa parola, ne conosciamo il significato. Cercherò invece di farne la storia; e, se mi riuscirà, di mettere la parola in relazione alle altre, sia a quelle contemporanee che a quelle del passato.

Come si può vedere, pre-parare è un verbo composto da un prefisso (“pre-” : l’avverbio latino: prae) che significa “prima” e dal verbo “parare”, che presso gli antichi Romani significava la stessa cosa di quello che oggi significa il verbo italiano preparare. Mentre dobbiamo evidenziare l’enorme distanza di significati che si è creata tra le due parole italiane “parare” e “preparare”; tutt’e due ancora in uso. Ciò significa che i verbi latini: paro (preparo) e praèparo (preparo in anticipo) nel corso del tempo, seppure leggermente, hanno mutato, rispettivamente, il loro significato. Così gli altri verbi composti di paro. I quali hanno dato origine in italiano (e analogamente nelle altre lingue neolatine) ad un grappolo di parole legate tra di loro solo dalla comune origine etimologica.

La base semantica è la radice “par”, comune ai sostantivo par (paio, coppia) e pars (parte), e all’aggettivo par (simile, uguale), oltre che al verbo paro (preparo, allestisco), naturalmente.

[Molto probabilmente alla stessa radice sono collegati anche il verbo pario (partorisco), da cui derivano le parole italiane “parenti” (participio presente di “pario” = genitori) e “parto” (participio perfetto sempre di “pario” = partorito); e il verbo pareo (obbedisco). Ma questa riflessione merita ulteriore approfondimento.]

Ed ecco lo schema dei composti di paro della lingua latina: ad-paro, cum-paro, in-paro, prae-paro, re-paro, ex-paro, e l’elenco più o meno completo delle parole italiane che formano il grappolo di cui ho parlato prima.

Con un po’ di intuizione o di divinazione, e con l’aiuto di un buon dizionario, ognuno potrà trovare le analogie semantiche e ipotizzare così il percorso storico che le parole hanno fatto per allontanarsi dal significato del verbo radicale paro (par-o, para-s; para-v-i; para-tum; para-re).

Ad    +paro         apparo*      apparato

Cum  +paro         comparo     comparato           comparazione       comparativo

In     +paro         imparo        imparato

Prae   +paro         preparo       preparato             preparazione         preparativi

Re     +paro         riparo         riparato                riparazione

Ex     +paro         sparo*        sparato*


* Vocaboli della parlata napoletana, corrispondenti alle forme toscane: “ appiano o metto d’accordo”; “rendo dispari” e “spaiato”.

 

Luigi Casale

 

                    

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Luigi Casale

Luigi Casale, insegnante in pensione e pubblicista. È nato nel 1943 a Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio. Oggi, continuando a mantenere contatti affettivi e culturali con la Campania, vive tra Bressanone (Alto Adige) e Lussemburgo. Durante la sua carriera professionale, ha insegnato nei Licei dell’Alto Adige, nella Scuola Europea di Lussemburgo, e presso il Dipartimento d’italiano dell’Università di Clermont-Ferrand (Francia). Si occupa di didattica delle lingue classiche e di linguistica generale. Nel più ampio quadro delle questioni pedagogiche e sociali, su queste tematiche offrirà la sua collaborazione in questa rubrica.




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