Scandali travolgono Uber, e Travis Kalanick si prende una pausa

Pubblicato il 13 giugno 2017 da ansa

NEW YORK. – Travis Kalanick si prende una pausa da Uber: nel mezzo di una serie di scandali, l’amministratore delegato e co-fondatore della start up che vale 70 miliardi di dollari fa un passo indietro, annunciando un’aspettativa a tempo indeterminato. L’annuncio, affidato a un’email ai dipendenti, arriva nel giorno dell’atteso rapporto dell’ex ministro della Giustizia Eric Holder sulla cultura all’interno della società, accusata di molestie sessuali e discriminazione.

L’uscita anche se temporanea di Kalanick, l’ultima nella lunga serie di manager che hanno lasciato volontariamente o non Uber, non appare quindi casuale anche se la spiegazione ufficiale fornita dall’amministratore delegato è prendersi del tempo dopo la morte della madre. Nel motivare la sua scelta, Kalanick però ammette di aver bisogno di ”lavorare su sé stesso” per diventare il leader di cui questa ”società ha bisogno e che merita”. Insomma per una ”Uber 2.0” c’è bisogno di ”Travis 2.0”.

Nel corso della sua aspettativa la guida di Uber sarà condivisa fra l’attuale squadra di comando, con Kalanick che interverrà solo nelle scelte strategiche. Al suo ritorno l’amministratore delegato si ritroverà depotenziato: il rapporto curato da Holder raccomanda una riduzione delle sue responsabilità e del suo controllo sulle società, con alcuni compiti da distribuire al chief operating officer, che Uber sta disperatamente cercando.

Le raccomandazioni del rapporto toccano tutti gli aspetti manageriali: si chiede la nomina di un presidente indipendente, dei corsi di formazione per i manager e l’adozione di una regola simile alla ‘Rooney Rule’ del football americano, ovvero la società prima di effettuare un’assunzione, dovrà incontrare almeno un candidato donna e uno appartenente a una minoranza. Vengono imposti divieti alle relazioni sessuali fra dipendenti di differenti livelli e di diversa gerarchia.

Al rapporto Holder si è arrivati dopo una serie di scandali. Tutto è iniziato in febbraio, quando una ex dipendente ha postato online i dettagli delle molestie sessuali ricevute e la mancanza di risposta della società. Da quel momento è stato un crescendo, con la causa di Google, il video-shock di Kalanick che insultava un autista di Uber, e l’adesione dell’amministratore delegato a uno dei comitati creati dal presidente Donald Trump che ha fatto nascere il movimento ‘#DeleteUber’.

Scandali che hanno suscitato i dubbi degli investitori sulla valutazione di Uber, alle prese con una crescente concorrenza, con la rivale Lyft che le sta mangiando quote di mercato. Secondo molti osservatori la lezione di Uber è un monito per la Silicon Valley, schiacciata dagli stessi problemi e dalle stesse accuse di sessismo e discriminazione.

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