Trump come Nixon? Lo spettro dell’impeachment

Pubblicato il 15 giugno 2017 da ansa

WASHINGTON. – Ostacolo alla giustizia: è il reato che potrebbe portare all’impeachment di Donald Trump e sul quale sta indagando il procuratore speciale Robert Mueller, nominato dal dipartimento di giustizia per fare luce su tutti gli aspetti del Russiagate. E’ la stessa accusa che, insieme allo spergiuro, ha portato all’impeachment di Bill Clinton per la vicenda di Monica Lewinski, nella quale il presidente fu salvato dal voto di una decina di senatori.

Ma nell’immaginario collettivo il reato è associato allo scandalo del Watergate, in cui l’allora presidente Richard Nixon preferì dimettersi per evitare l’impeachment. Ora Trump è braccato dallo spettro di uno scenario analogo, anche se gioca a suo favore un Congresso dominato dai repubblicani che per ora lo sostengono, se non altro per far avanzare la loro agenda.

I paralleli sono molti: il tentativo di bloccare un’inchiesta che minaccia la Casa Bianca (il Russiagate), la fuga di notizie, anche se ora non più monopolizzata dal Washington Post dei leggendari Bob Woodward e Carl Bernstein, le deposizioni al Congresso degli uomini vicini al presidente. Ci sono già possibili indizi, come il licenziamento in tronco del capo dell’Fbi James Comey e le sue accuse di aver subito pressioni da Trump nel Russiagate.

Ma non basta. Occorrono testimonianze incrociate e la ‘smoking gun’, la pistola fumante che nell’ agosto 1974 portò alla prospettiva di un sicuro impeachment per Nixon. Erano le registrazioni delle conversazioni nello studio Ovale, dove il presidente discusse con il capo dello staff della Casa Bianca un piano per ostacolare le indagini del Watergate, usando la Cia contro l’Fbi.

Nixon si rifiutò’ di consegnarle all’allora procuratore speciale Archibald Cox e al Senato, invocando il privilegio esecutivo che garantisce la segretezza dei colloqui del presidente. Poi tentò di licenziare lo stesso Cox, causando il cosiddetto ‘massacro del sabato sera’ del 20 ottobre 1973, ossia le dimissioni del procuratore generale e del suo vice, rimpiazzati con uomini di fiducia che silurarono il procuratore speciale, anche se Nixon non poté impedire la nomina di uno nuovo. Alla fine fu costretto dalla Corte suprema a consegnare i nastri.

Suggestive le analogie con la vicenda Trump, che non ha ancora svelato se esistono i nastri delle sue conversazioni con Comey, mentre la Camera ha già chiesto di consegnarli entro il 23 giugno, se esistono. Pure il tycoon inoltre è sembrato tentato dall’idea di licenziare il procuratore speciale e di usare altre agenzie di intelligence per mettere i bastoni tra le ruote all’Fbi.

(di Claudio Salvalaggio/ANSA)

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