Ius soli: l’antica Roma inclusiva, già Romolo aprì ad altre genti

Pubblicato il 19 giugno 2017 da ansa

Quaroni, La fondazione di Roma, affresco, 1939-49

ROMA. – “Nell’antica Roma la cittadinanza si acquistava in base allo ius sanguinis: era cittadino chi era figlio di cittadini romani. Ma fin dalle origini questo principio fu aperto alle inclusioni”. Eva Cantarella, storica dell’antichità e del diritto antico, sintetizza così all’ANSA la lezione dei Romani, “che ha assicurato per secoli la grandezza della città e dell’impero” e che torna di attualità nel dibattito politico di questi giorni, infuocato dallo scontro sullo ius soli.

Più precisamente, secondo le fonti, erano cittadini romani i figli legittimi di un cittadino o quelli naturali di una cittadina: in sostanza, i figli nati da un matrimonio legittimo seguivano la condizione del padre al momento del concepimento, quelli nati fuori dal matrimonio seguivano quella della madre al momento della nascita.

Decisamente più rigida la regola scelta dall’Atene di Pericle: bisognava essere figli di padre e madre ateniese. E i ‘meteci’, cioè gli stranieri che vivevano in città, erano privi di diritti politici. “Ma è sufficiente ricordare quanto è durata Atene, e quanto invece Roma”, chiosa Cantarella.

“Nel tempo il principio dello ius sanguinis si andò modificando, perché i romani sono sempre stati convinti, e questa è stata la loro forza, che la loro comunità nascesse dall’unione di diversi mondi e culture, dall’incrocio con altre genti”.

Nel corso dei secoli, così, “la cittadinanza fu concessa ai popoli conquistati – sottolinea ancora la studiosa – che si sentivano orgogliosi di essere ‘parte’ di Roma e avevano anche grossi vantaggi di ogni genere”. Anche gli schiavi, una volta liberati, diventavano cittadini.

E valga per tutti l’esempio di Romolo, che “subito dopo la fondazione di Roma, aprì un ‘ospitium’ dove accogliere uomini di ogni provenienza, magari anche delinquenti in fuga dalle loro patrie. Insomma l’idea è sempre stata questa, fin dall’inizio”.

Una “lungimiranza” che stride “con la tendenza ad allontanare chi arriva, a rifiutare chi nasce qui. Senza dimenticare l’impegno di tante città nell’accoglienza, rinchiuderci – conclude Cantarella – è la cosa più stupida che si possa fare”.

(di Angela Majoli/ANSA)

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