Big dell’editoria a confronto: il giornale non morirà ma sarà diverso

TORINO. – La carta stampata non morirà, ma il giornale del futuro, incalzato da internet e dai social network, sarà molto diverso: avrà un formato più piccolo e accattivante, una grafica nuova, avrà più rilievo durante i week end e sarà iperlocale. Le ricette sono tante, ma i big dell’editoria mondiale – direttori, amministratori delegati ed editori, convocati a Torino da John Elkann, a conclusione dei festeggiamenti per i 150 anni della Stampa – concordano: nessun funerale da celebrare.

Forse, come dice Jeff Bezos, fondatore di Amazon ed editore di The Washington Post, “un giorno il giornale diventerà un prodotto di lusso un po’ esotico, come possedere un cavallo, qualcosa che non hanno tutti”. La qualità sarà sicuramente un punto di forza e, per ripartire da qui, Carlo De Benedetti, presidente di Gedi, propone la convocazione degli “Stati Generali dell’editoria aperti a ogni categoria del settore, editori, giornalisti e poligrafici. Un’iniziativa che dall’Italia potrebbe coinvolgere tutta l’Europa”.

All’incontro nella storica tipografica della Stampa anche l’amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne, e tra gli altri il direttore di Repubblica Mario Calabresi, dell’ANSA Luigi Contu, dell’Huffington Post Italia, Lucia Annunziata.

“Il giornalismo deve trovare un numero crescente di lettori fedeli e paganti. Se si otterrà questo il futuro sarà roseo”, sottolinea Elkann che annuncia per la prossima settimana il closing per il gruppo Gedi, nato dalla fusione tra Itedi e l’Espresso. Secondo Elkann, nei prossimi 12-18 mesi si aprirà una finestra di opportunità per trovare un nuovo rapporto con i big tecnologici come Google e Facebook “per individuare un metodo di pagamento che funzioni”.

L’editoria oggi “lotta per sopravvivere”, ma dal cambiamento “può emergere più forte e ricca che mai. Non dobbiamo avere paura di reinventarci anche con idee rivoluzionarie”, sottolinea il direttore della Stampa, Maurizio Molinari. Per Lionel Barber, numero uno del Financial Times, “i robot non soppianteranno i giornalisti, ma i giornalisti dovranno imparare a utilizzare meglio le tecnologie”.

Fondamentale è investire nei brand perché conta molto “la voce del giornale, quindi il ruolo dei commentatori” e la credibilità (“ai miei giornalisti dico che servono sempre due fonti indipendenti anche se chiama la Casa Bianca”, dice Barber).

Si parla di social network: per il direttore del giornale indiano Hindustan Times, Bobby Ghosh, sono “un male necessario”, mentre Barber osserva “Facebook ha detto che hanno assunto centinaia di fact checker che verifichino le notizie, una volta li chiamavamo giornalisti”.

E c’è la sfida che nasce dalle fake news. “Le notizie false sono la cosa migliore che potesse capitarci. Ora si cerca di tornare a fonti più affidabili, si comincia a selezionare di più e per chi diffonde notizie verificate. Questo è un bene”.

“La cura per le notizie false sono le notizie vere”, afferma Lydia Polgreen, direttrice del The Huffington Post, mentre per il direttore del brasiliano O Globo, Ascanio Seleme, “il buon giornalismo richiede investimenti, giornalisti di qualità e talentuosi. In questo modo si può avere successo, conquistare la fiducia dei lettori e attirare i soldi degli abbonati. Sono loro che ci sosterranno oggi e in futuro”.

(di Amalia Angotti/ANSA)