La pigione, in napoletano “ ‘o pesone”

 

 

 

Col pensiero al “4 di maggio”, sinonimo di trasloco, giorno in cui a Napoli una volta scadevano (o si rinnovavano, o decorrevano) i contratti di locazione e – naturalmente – nella città era tutta attraversata da carriaggi di masserizie a causa dei conseguenti traslochi, voglio parlarvi di una parola napoletano: ‘o pesone (la pigione).

Prima di addentrarci nella disquisizione storico-etimologica – e di costume – precisiamo che la “e” capovolta (ə) è la rappresentazione grafica, la trascrizione (il grafema), di una vocale caratteristica della lingua napoletana. Si tratta di quel fonema che – se noi chiamiamo “colore” la differenza tra le vocali: a , e , i , o , u , della lingua italiana – dovremmo dire, in questo caso, “senza colore”. Per capirci: è la vocale, finale di parola, che i napoletani, quale che sia il suo colore, non pronunciano a meno che non sia accentata. Così si dice abitualmente. Ma non è esatto.

In effetti, essa non cade, perché i napoletani la pronunciano bene. Semplicemente la producono senza il “colore”: diventa cioè una “vocale indistinta”. Si tratta di un’ulteriore vocale che manca nella lingua italiana.

Ma perché devo spendere tante parole se voi, lettori, napoletani o no, conoscete il modo di parlare dei napoletani?

Allora, … ci siamo capiti?

Detto questo, e considerato però che la tastiera del PC non la prevede, nelle finali continueremo ad indicare la vocale della corrispondente parola italiana. Mentre nel mezzo delle parole la indicheremo con una e, così ognuno la produrrà come “naturalmente” la sa pronunciare. Da napoletano, naturalmente.

In sede scientifica, quando sarà il momento, ricorreremo ai sistemi grafico-fonetici convenzionali.

Quindi, oggi parliamo di “pesone”.

Se vi dicessi, in maniera troppo sbrigativa, che pesone è un grande peso, per quanto io possa dire una banalità, pur sbagliando nel metodo, in sostanza direi una cosa giusta. Perché, essendo “u pesone” la rata mensile (pattuita) che paghiamo al padrone di casa per occupare – si dice locare – l’appartamento in cui viviamo …. chi mai vorrà negare che essa sia un “pe-so-ne”, cioè un grande peso? Ma con calma – e con metodologia opportuna – ci arriveremo!

“U pesone” è l’equivalente della parola italiana pigione. Parola femminile: “la pigione”. Se qualche volta la diciamo al maschile è solo perché siamo influenzati dal nostro parlare napoletano.

Pigione è la trasformazione medievale, arrivata nella lingua italiana, della parola latina pensionem, da cui viene anche l’altra parola italiana (senza trasformazione, questa volta!): pensione. Sia nel senso di vitalizio che percepisce chi ha svolto delle prestazioni lavorative, sia nel senso di corrispettivo che dobbiamo pagare a chi giornalmente ci offre vitto e alloggio (“Stare a pensione”: o presso esercizi pubblici o presso famiglie private). Da qui viene anche il nome stesso degli alberghi più modesti: la pensione. (“Stella maris”, “Casa serena”, “La lucciola”, ecc.).

Ma, pensio/pensionem, all’origine, è la pesata (dal verbo latino: pendo = pesare); mentre il pensum è la quantità di lavoro quotidiano, il compito assegnato, (metaforicamente: il peso). E pensio/pensionem è anche la quota di danaro che in cambio deve essere corrisposta a chi fa quel lavoro, cioè la rata giornaliera.

Il lettore perspicace si sarà reso conto che quello che all’inizio sembrava uno scherzo, quasi una provocazione, poi si è rivelata il risultato di una corretta analisi etimologica. Cioè, che “pisone” è collegato – risalendo alle sue più antiche origini – proprio al gravame di un peso.

Ma, per quanto ce ne rendiamo conto, non dobbiamo meravigliarcene più di tanto, perché, come spesso abbiamo detto, parlando di lingua opaca o trasparente, ogni parola, o per effetto della metafora, o per conseguenza delle avvenute mutazioni socio-economiche, passando nelle successive fasi della sua utilizzazione comunicativa, cambia – a volte anche profondamente – il suo significato.

La stessa dialettica socio-economica, poi, fa in modo che la parola continui a trasformarsi e a passare da un’area di significato all’altra. Solo per restare in questo ambito della vita e dell’abitare, possiamo considerare che “piso” è la parola spagnola per dire appartamento, e che “pisolino” è il riposo pomeridiano.

Ma se ci spostiamo da quest’area, troviamo che parole della stessa sfera lessicale, cioè sempre collegate agli etimi: pendo (pesare), pensum (peso), pensio (pesata), vanno a coprire altre aree semantiche, anche abbastanza lontane da quella di partenza.

Per fare un esempio. Pendo e *pondo – le differenzia una semplice variazione apofonica – hanno la medesima radice, così pure pensum e pondus.

Allora, partendo da questi etimi, consideriamo che cosa vanno a finire per significare le parole: “pensare” o “ponderare”! Che proprio da essi derivano.

(Intelligenti, pauca = Per la persona intelligente, poche parole).

Luigi Casale