Mattarella blinda Gentiloni: “Voto entro primavera 2018”

Pubblicato il 30 giugno 2017 da ansa

Toronto 29/06/2017
Il Presidente Sergio Mattarella nel corso dell’incontro con la collettività italiana a Toronto (Foto Ufficio Stampa Quirinale)

ROMA. – Le elezioni possono aspettare. Sergio Mattarella è convinto che si andrà a votare nel 2018, quando scadranno i cinque anni canonici di legislatura. Aprire i seggi prima di allora in teoria sarebbe ancora possibile, ma il presidente della Repubblica non vede “segnali” in questo senso.

E’ in Canada, dove volge al termine la sua visita ufficiale, che Mattarella guarda nella palla di vetro: “La data naturale del voto – dice in un’intervista a Bloomberg – è tra febbraio e inizio primavera. Naturalmente è sempre possibile in ogni democrazia che si creino condizioni per elezioni anticipate. In questo momento non ci sono segnali di questo genere per cui è probabile che si vada a scadenza naturale”.

Non si sa se le parole del capo dello Stato abbiano fatto piacere a Matteo Renzi: a Montecitorio c’è chi ritiene che il segretario del Pd non avesse escluso ancora la possibilità di giocare la carta delle elezioni a novembre. Cosa che comunque non trova nessuna conferma in ambienti renziani.

Sia come sia, da Palazzo Chigi Gentiloni si proietta nel futuro e rivendica le riforme fatte e anche quelle avviate dal segretario del Pd, come per esempio l’Ape sociale e l’introduzione delle quattordicesime per i pensionati.”E’ importante che abbiamo agganciato il treno della crescita. C’è molto da fare ma le riforme e le decisioni di questi anni hanno prodotto risultati”.

Gentiloni si promuove anche sulla soluzione della crisi delle banche venete: “Siamo orgogliosi, abbiamo speso molto meno della Germania”, dice il premier, che sull’argomento ha incassato il plauso del presidente della Repubblica. Mancano dunque otto-nove mesi per completare il cammino della legislatura.

Mattarella spera che in questo lasso di tempo si riesca a “omogeneizzare” le due distinte leggi elettorali di Camera e Senato che la Corte Costituzionale con le sue sentenze ha lasciato in eredità agli elettori. Ma la strada è tutta in salita. Non c’è ancora nemmeno un indizio che possa far intravedere un minimo comun denominatore tra i partiti sulle regole elettorali.

Silvio Berlusconi , con un occhio alle larghe intese, punta le sue carte sul proporzionale e chiede di riannodare i fili dell’intesa sul sistema tedesco, intesa rotta dalla retromarcia del Movimento cinque stelle. Romano Prodi, che invece pensa che un centrosinistra unito potrebbe anche uscire vittorioso dalle urne, getta lì la provocazione di una legge che costringa all’unità: “O abbiamo una legge che obbliga all’accorpamento o non c’è niente da fare”.

I renziani doc registrano l’intervento del Professore con qualche fastidio: “Questa era la nostra proposta , ci abbiamo provato con la riproposizione del Mattarellum e del Rosatellum, di più non si può chiedere al Pd”, commenta Lorenzo Guerini. Rinforza il concetto Emanuele Fiano: “Per fare le leggi elettorali ci vogliono i voti in Parlamento. E ricordo che in commissione sono mancati i voti di chi oggi alla nostra sinistra ci dice che bisogna fare la coalizione”.

Probabile che veda giusto Mattarella: ormai l’unica possibilità è quella di interventi minimi per uniformare la legge elettorale.

(di Marco Dell’Omo/ANSA)

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