Iraq: l’Isis resiste nel centro di Mosul. Inferno per i civili

Pubblicato il 30 giugno 2017 da ansa

BAGHDAD/BEIRUT. – Non è bastata la riconquista delle rovine della simbolica moschea di Al Nuri da parte delle truppe irachene a stroncare la resistenza di alcune centinaia di jihadisti dell’Isis nel cuore di Mosul. I combattimenti continuano accaniti, con le forze irachene che avanzano a fatica e almeno 15.000 civili bisognosi di cibo e acqua, con temperature di oltre 40 gradi, che rimangono intrappolati.

Il comandante delle forze anti-terrorismo, generale Abdul Ghani Al Asaadi, ha detto che saranno necessari ancora alcuni giorni per ‘ripulire’ gli stretti vicoli e gli antichi edifici – della Città vecchia – o almeno quello che resta di essi – dai 200-300 jihadisti che si stima vi siano ancora trincerati, decisi a fermare in ogni modo le forze lealiste, facendo ricorso a cecchini, autobomba e attentatori suicidi.

Oltre 900.000 residenti, secondo un bilancio del ministero per le Migrazioni e gli Sfollati, sono fuggiti da Mosul da quando, nell’ottobre del 2016, è cominciata l’offensiva dell’esercito iracheno, appoggiato da milizie curde e a prevalenza sciite. Un’operazione che nelle ottimistiche previsioni iniziali doveva concludersi entro la fine dello scorso anno.

Il comandante della polizia federale, generale Raed Shaker Jawdat, ha annunciato oggi che le sue forze hanno riconquistato altri settori dei quartieri di Bab Lakash e Bab al Jadid, compresa la moschea di Kaab bin Malik. Ma le operazioni procedono tra mille cautele a causa della presenza di civili e di trappole esplosive lasciate dai jihadisti prima di ritirarsi, che richiedono lunghe operazioni di bonifica del territorio riconquistato.

Il primo ministro Haidar al Abadi aveva detto che la riconquista dell’area della moschea Al Nuri e del minareto di Hadba, distrutti la settimana scorsa, segna “la fine del falso stato dell’Isis”. Ma, a parte le difficoltà ancora incontrate dall’esercito a Mosul, vaste porzioni di territorio rimangono in mano all’Isis intorno ad Hawija, ad ovest di Kirkuk, e in una larga fascia lungo oltre 400 chilometri di frontiera con la Siria.

E intanto cresce il timore di rappresaglie contro sunniti sospettati di essere fiancheggiatori o semplicemente simpatizzanti dello Stato islamico. Vendette dietro le quali si nascondono anche antichi rancori interetnici, interconfessionali e tribali. L’Onu ha espresso oggi “estrema preoccupazione” per le minacce già ricevute da “centinaia di famiglie” di presunti membri dell’Isis o loro parenti.

Il portavoce dell’Alto commissariato per i diritti umani, Rupert Colville, ha parlato di “segnalazioni di cosiddette lettere notturne lasciate presso le abitazioni o distribuite nei quartieri” che intimano alle persone di lasciare le abitazioni a una data particolare, pena l’espulsione forzata. L’Onu ha quindi esortato il governo iracheno a prendere provvedimenti per fermare questi sgomberi imminenti o qualsiasi tipo di punizione collettiva, che renderebbe ancora più difficile il già arduo percorso della riconciliazione nazionale.

(di Alberto Zanconato/ANSA)

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