Anchor accusano Trump di ricatto, e lui torna su Twitter

NEW YORK. – Gli anchor lo accusano di ricatto, ma Donald Trump torna all’attacco su Twitter, nonostante le critiche e perfino il New York Post (del gruppo Murdoch) che oggi gli intima di smetterla. “Visto per la prima volta dopo tanto tempo @Morning Joe con i suoi bassi ascolti. FAKE NEWS. Mi ha chiamato per fermare un articolo del National Enquirer. Ho detto no!”, ha “cinguettato” di prima mattina il presidente Usa, dopo che i volti tv Joe Scarborough e Mika Brzezinski lo hanno accusato sul Washington Post di averli minacciati, usando la possibilità che il tabloid National Enquirer, da tempo braccio della macchina di public relations del tycoon diventato presidente, avesse nel cassetto un servizio scandalistico nei loro confronti.

Nell’accusare Trump di aver mentito sul lifting sanguinolento di Mika, e sostenendo che il presidente sia mentalmente instabile, gli anchor hanno asserito che persone della Casa Bianca li avevano avvertiti: l’Enquirer sarebbe andato in stampa se non fossero venuti a Canossa scusandosi degli attacchi continui al presidente.

“Ho gli sms e la documentazione delle telefonate”, ha detto Scarborough. Quanto allo “scoop” o presunto tale, non è da Pulitzer: in giugno il tabloid ha scritto che la love story tra i due è cominciata mentre erano sposati con altri. Si sapeva. Joe e Mika da maggio sono ufficialmente fidanzati.

Dylan Heard, il 35enne direttore del tabloid che mise in piazza Gennifer Flower all’epoca di Bill Clinton, si è lavato le mani: “Non siamo a conoscenza di alcun contatto tra Casa Bianca e anchor”. Joe e Mika, dopo il tweet di Trump, sono tornati alla carica: “Il suo comportamento è spaventoso e triste per il Paese”.

Forte di lettori che coincidono con l’elettorato trumpiano, il National Enquirer è vicino al presidente. Appartiene all’American Media Group di David Pecker, un amico di vecchia data tra le cui ambizioni rientra l’acquisto del gruppo Time Inc. Proprio l’Enquirer questa settimana ha “anticipato” un imminente “bagno di sangue” con il licenziamento da parte di un Trump “furioso” di una lunga lista di vip: dallo special counsel Robert Mueller ai ministri della giustizia Jeff Session, della casa Ben Carson, della salute Tom Price. Più Steve Bannnon, Kellyann Conway e il capo del budget Mick Mulvaney.

(di Alessandra Baldini/ANSA)