Italiani penultimi in Europa sul web, anche se naviga il 60% della popolazione

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ROMA. – L’Italia è penultima in Europa per l’uso di Internet, anche se naviga il 60% della popolazione, in particolare i giovani via smartphone e tablet. Segnali positivi arrivano però dal mercato dei media, dove tornano a crescere tv e tlc, mentre arranca ancora l’editoria, ostaggio di una crisi ormai strutturale. E in un settore televisivo ancora dominato dai tre big, Sky resta regina dei ricavi con una quota del 32%, ma sul secondo gradino del podio si piazza la Rai che sfiora il 30%, scalzando Mediaset, terza con il 28%.

Luci e ombre delineano il quadro tracciato dal presidente dell’Agcom Angelo Marcello Cardani nella Relazione annuale al Parlamento. Cifre alla mano, accompagnato per la prima volta anche dalle slide, nella Sala della Lupa a Montecitorio Cardani si sofferma sul ritardo ormai cronico accumulato dall’Italia sul web: nonostante il balzo in avanti della banda ultralarga, che nel 2016 ha raggiunto il 72% delle case, restiamo al 25/o posto della classifica europea e ben al di sotto del valore medio Ue (37%).

Usiamo Internet meno degli altri europei per acquisti, servizi bancari e video on demand, siamo nella media per i social network, la superiamo nel consumo di contenuti digitali (musica, video, giochi online). Ovviamente l’età fa la differenza: se nella fascia 65-74 anni solo il 33% accede a Internet, tra i 14-34enni la percentuale sale al 92%; gli over 50 dedicano più tempo ai video e alle news, i più giovani alla comunicazione, soprattutto social, al gioco e alla musica.

In un settore delle comunicazioni che tira il fiato dopo un decennio nero e raggiunge quota 53,6 miliardi, tornano al segno più le tlc, con un +1.5% nei ricavi (e con il sorpasso dei servizi dati, +5.6% sui servizi voce, -7.6%), e sorride anche la tv, attestandosi di nuovo sopra gli 8 miliardi. Il mercato resta però molto concentrato, avverte Cardani, sia nella tv in chiaro, con oltre l’80% dei ricavi in capo a Rai e Mediaset, sia nella pay, con il gruppo 21st Century Fox/Sky Italia di gran lunga in testa (77%), mentre Fininvest/Mediaset è al 21%.

Nel complesso, il 90% dei ricavi resta in mano ai tre operatori principali: Sky con il 32% (in calo di 1,5 punti), Rai seconda al 29.7% (+1.8%, complice il canone in bolletta) e Mediaset al 28% (-0.6%). Seguono, con un netto distacco, i gruppi Discovery e Cairo Communication (La7), con quote vicine al 2% (in leggero aumento).

La Rai resta un “caso peculiare”, in quanto servizio pubblico (che deriva dal canone il 74% dei propri ricavi) che svolge però anche attività commerciale. Una questione sulla quale l’Agcom è pronta a farsi sentire in sede di rinnovo del contratto di servizio: vista l’assenza di una “scelta legislativa chiara sulla separazione (per canale, fascia oraria, contenuto) delle attività coperte dal canone”, andrà reso “trasparente il valore (pubblico) economico e qualitativo delle linee editoriali”, diversificata la produzione multipiattaforma, rinnovati i linguaggi, sostenuta la produzione nazionale.

Drammatica la situazione dell’editoria, con il settore stampa che vede ancora contrarsi i ricavi del 6.6% nel 2016. La crisi pesa anche sull’occupazione e su una professione giornalistica che “scivola nettamente verso la precarizzazione”. La questione “richiede l’attenzione di tutti gli attori in campo”, avverte Cardani, perché “la pluralità ma anche la qualità dell’informazione rappresentano condizioni imprescindibili di un sistema democratico”.

Cardani chiede una mano al Parlamento anche sul fronte fake news. Serve “un intervento normativo”, sottolinea, la via maestra non può essere l’autoregolamentazione dei colossi del web: se una notizia falsa porta traffico, non c’è da fidarsi che gli algoritmi la cancellino, evitando “opportunità di diffusione virale di forme illegali di informazione manipolata, di incitamento all’odio, di denigrazione”.

(di Angela Majoli e Mila Onder/ANSA)