Trump vide Putin una seconda volta al G20, ma senza consiglieri

Trump e Putin
Trump vide Putin seconda volta a G20, senza consiglieri
Trump e Putin
Trump vide Putin seconda volta a G20, senza consiglieri

WASHINGTON. – Non uno, ma ben due incontri, il secondo senza consiglieri e soltanto con l’interprete del Cremlino. Per settimane si era atteso il primo faccia a faccia fra Donald Trump e Vladimir Putin. E per giorni se ne parlò una volta accaduto, a margine del G20 in Germania all’inizio del mese. Ma non era stato reso noto fino ad ora che i due leader ad Amburgo avevano avuto una seconda occasione per confrontarsi, parlando informalmente per circa un’ora, mentre tutti gli altri erano a cena, a tavola con la padrona di casa Angela Merkel.

Trump e Putin in disparte, senza nemmeno i più stretti consiglieri, gesticolando perfino, con accanto soltanto il traduttore del presidente russo (quello americano pare non parlasse russo ma giapponese). La Casa Bianca conferma ma minimizza, e non dà nessuna informazione sulla durata e men che meno sui contenuti.

Eppure i punti d’interesse per Washington e Mosca sono molti e importanti. Sulla Siria per esempio, proprio quando in queste ore emerge dal Washington Post che Trump ha deciso di porre fine al programma segreto della Cia per armare e addestrare ribelli moderati siriani che si oppongono al governo di Bashar al-Assad, una mossa che è stata a lungo caldeggiata dalla Russia. E a questo punto è lecito pensare che i due faccia a faccia presidenziali di Amburgo possano aver contribuito ad accelerare la decisione dell’inquilino della Casa Bianca.

Sul secondo colloquio la stampa americana cita la versione di Ian Bremmer, noto editorialista esperto di politica estera, che a sua volta fa riferimento alla descrizioni di presenti secondo cui i due leader si sono parlati per oltre un’ora. Poi è il presidente Trump ad intervenire di persona puntando di nuovo il dito contro i media, accusandoli di essere disonesti arrivando a dipingere come “scellerata” anche una semplice conversazione a cena.

Dalla sua il presidente degli Stati Uniti ha anche Mosca, secondo cui caratterizzare quella conversazione come un incontro “segreto” significa minare l’autorevolezza di Donald Trump, ha detto il vice ministro degli Esteri Serghiei Riabkov in un’intervista alla tv di Stato russa.

Sta di fatto che negli Stati Uniti la questione solleva quesiti e in un momento di particolare tensione per Trump, diviso tra il rompicapo dell’Obamacare e gli sviluppi sul Russiagate. Sulla riforma sanitaria il presidente sembra faticare a dettare la linea: dopo l’ultimo affondo inflittogli dai ‘dissidenti’ repubblicani Trump tenta di rimodulare il suo messaggio (o cambia idea?) e, convocando i senatori repubblicani a pranzo, li striglia e li sprona ancora una volta a “revocare e sostituire” Obamacare, mentre nelle scorse ore esasperato dall’ennesimo buco nell’acqua aveva affermato: “Lasciamola fallire”.

Prima ancora aveva sostenuto che si poteva considerare soltanto una revoca dell’Affordable Care Act per procedere con la sostituzione in un secondo momento. In ogni caso il presidente ripete: “E’ stata fatta una promessa agli americani, non agire non è un’opzione”, fino a suggerire che “non si lasci la città (per la pausa estiva, ndr) senza un piano per la Sanità”.

Un’estate calda a Washington sulla quale incombe il Russiagate e monta l’attesa per una possibile prossima testimonianza pubblica di Donald Trump Jr presso la commissione Giustizia del Senato dopo che il procuratore speciale Robert Mueller ha dato il suo via libera.

Intanto anche la commissione Intelligence del Senato ha confermato di aver avviato a sua volta indagini, mentre l’avvocatessa russa Veselnitskaya – che aveva incontrato Trump Jr nel giugno 2016 – ha affermato di essere disposta a testimoniare presso il Senato degli Stati Uniti a condizione che sia garantita la sua sicurezza.

Una mezza vittoria però Trump la incassa: la Corte Suprema gli dà ragione sui limiti all’ingresso di rifugiati negli Usa confermando l’interpretazione ‘restrittiva’ su questo tema del bando voluto dal presidente. Però La Corte lascia la porta ai nonni, respingendo la richiesta dell’amministrazione Trump di bloccare l’ingresso per alcune categorie di parenti provenienti da sei Paesi a maggioranza musulmana per ricongiungersi con familiari negli Usa, (tra cui i nonni). Il ricorso in appello era stato presentato dopo la decisione di un giudice delle Hawaii che riteneva inapplicabile questo passaggio del provvedimento.

(di Anna Lisa Rapanà/ANSA)