Tour: la quarta volta di monsieur Froome, ora la leggenda

Froome festeggia il poker con la famiglia. EPA/IAN LANGSDON
Froome festeggia il poker con la famiglia. EPA/IAN LANGSDON

ROMA. – Chris Froome trionfa per la quarta volta a Parigi, come voleva il pronostico e come ha meritato da quando, il primo luglio scorso, il 104/o Tour de France è scattato da Duesseldorf. Il nome del vincitore era scritto sull’asfalto, ma la sua affermazione – rispetto alle altre – non è stata scontata. Anzi, il keniano bianco fa bene a ringraziare i compagni del Team Sky, che lo hanno scortato e protetto, nelle fasi cruciali di una corsa il cui tracciato, mai come quest’anno, era assai duro.

Dopo il poker sui Campi Elisi, a monsieur Froome resta la leggenda: è, infatti, a un passo dalla cinquina, che è riuscita solo ad Anquetil, Merckx, Indurain e Hinault, ultimo profeta in patria (1985). Froome ha vinto con il contribuito determinante dello squadrone inglese Sky, ma ovviamente ci ha messo del suo, pur senza apparire imbattibile come negli anni scorsi.

Ha vinto il Tour senza strafare, soffrendo, mentre nel 2013 e 2015 era apparso un marziano; l’anno scorso la sua maglia gialla era stata messa a repentaglio da Nairo Quintana, che quest’anno ci ha riprovato, ma è apparso l’ombra di se stesso. Altro che doppietta Giro-Tour: né Giro, né Tour.

“E’ stata sicuramente la vittoria più difficile, perché i miei rivali erano a un passo. Sono contento di averla conquistata e stasera ci sarà una festa vera”, le parole della maglia gialla.

L’Italia ha sognato a lungo, riponendo le speranze nelle gambe di Fabio Aru, reduce da una stagione sfortunatissima: dopo essere stato costretto a rinunciare al Giro d’Italia 100, per infortunio, è stato catapultato al Tour. Il sardo ha vinto ed entusiasmato in maglia tricolore a La planche des belles filles, vincendo come Nibali, ha pure avuto l’onore di indossare la maglia gialla a Peyragudes, l’ha tenuta per un paio di giorni e poi l’ha restituita al ‘legittimo proprietario’ Froome, che non l’ha più mollata.

Aru, anche al Tour, non è stato fortunato: chiude al quinto posto, a oltre 3′ dal vincitore, ma ha dovuto fare tutto da solo, perché ha perso due compagni tatticamente e strategicamente importanti come Fuglsang e Cataldo. Il primo dei due gli ha addirittura conteso lo scettro di capitano dell’Astana per diversi giorni, prima di tornare nei ranghi e uscire di scena per caduta. Aru, dopo avere coltivato addirittura qualche ambizione gialla, è rimasto a lungo sul podio, prima di scendere per fare spazio al colombiano Rigoberto Uran, secondo, e a Romain Bardet, terzo, collocandosi alle spalle del quarto classificato, lo spagnolo Mikel Landa.

“Visto com’era andata la stagione sono veramente contento di questo quinto posto – le parole del sardo -: c’è stato un netto miglioramento rispetto all’anno scorso e qua tornerò presto a gareggiare”.

Altri big hanno dovuto salutare la corsa anzitempo: il primo è stato Valverde, finito sulle transenne nella crono d’apertura, poi è toccato a Geraint Thomas e a Richie Porte, uno dei favoriti. Il campione del mondo Peter Sagan è stato squalificato dalla giuria con l’accusa di avere volutamente spinto sulle transenne Cavendish, anche lui ritiratosi. Il tedescone Kittel, che ha vinto cinque tappe allo sprint, ha dovuto salutare la maglia verde della classifica a punti – e sempre dopo una caduta – che è finita sulle spalle di Matthews.

Il miglior scalatore è risultato Warren Barguil che, assieme a Bardet, rappresenta la speranza del ciclismo francese. A Simon Yates, che succede al fratello Adam, va la maglia bianca di miglior giovane. Infine, la tappa di oggi, vinta dall’olandese Dylan Groenewegen allo sprint. Ma domani nessuno se lo ricorderà.