La sopravvivenza di Governo e Opposizione sul filo della Costituente

Pubblicato il 24 luglio 2017 da Mauro Bafile

 

 

Un paese il cui destino è sempre più incerto, precario. La crisi di governabilità si accentua ogni giorno di più. Governo e Opposizione sembrano ormai prigionieri delle correnti radicali che ne determinano le decisioni e rendono impossibile incontrare punti di convergenza che potrebbero permettere un dialogo serio, aperto, non condizionato e senza obiettivi reconditi.

Gli ultimi avvenimenti che hanno scosso il Venezuela, l’anarchia con la quale si sono susseguiti, hanno mostrato tutte le debolezze dell’Opposizione e della sua leadership. Lo sciopero generale, che ha paralizzato il Paese in un 85 per cento, è stato certamente un successo. Ma c’è da chiedersi se il risultato sarebbe stato lo stesso se, per una strana coincidenza non d’interessi ma d’opportunità, il trasporto pubblico non avesse aderito all’iniziativa del Tavolo dell’Unità Democratica. Le compagnie private che costituiscono la base del complesso sistema del trasporto pubblico terrestre nazionale hanno lanciato un messaggio al presidente della Repubblica, Nicolás Maduro: o il governo accetta la proposta di aumento della tariffa urbana o il settore si schiererà definitivamente con l’Opposizione. La scelta di attendere il martedì sera prima di decidere l’adesione allo sciopero di 48 ore indetto dal Tavolo dell’Unità Democratica risponde a una sola ragione: concedere al governo un periodo di tempo sufficiente per digerire il ricatto e maturare una risposta. E c’è da scommetterci quale sarà.

 

Anche il plebiscito è stato un successo, senza ma e senza se. Il Tavolo dell’Unità Democratica è riuscito a organizzare una consulta popolare in meno di quindici giorni con un’affluenza record di venezuelani. E’ stata una dimostrazione di forza. Oltre 7 milioni di elettori si sono recati ai gazebo, distribuiti in tutto il paese in numero assai limitato, per dire “No” all’Assemblea Nazionale Costituente. Non era una consulta popolare “ufficiale”, ma anche nella sua “ufficiosità” ha mostrato l’orientamento di una grossa porzione della popolazione, che oggi rappresenta la maggioranza. Il governo non potrà né ignorare né non tenere in conto quel risultato. E sicuramente occupa uno spazio rilevante nel dibattito interno al “chavismo”, anche se non si ammette pubblicamente.

 

Nonostante i successi ottenuti negli ultimi 15 giorni, le contraddizioni e le debolezze dell’Opposizione sono comunque sempre più evidenti. La mancanza di un reale accordo di governabilità tra i movimenti e i partiti che costituiscono l’alleanza, la carenza di una leadership, se non reale almeno apparente come lo era la figura del Segretario Esecutivo del Tavolo dell’Unità Democratica, hanno alimentato l’anarchia e dato spazio alle frange radicali che sembrano ormai fuori controllo. Il disordine con cui sono stati organizzati gli ultimi “trancazos” – sorta di blocchi stradali organizzati nelle maggiori arterie delle città per creare il caos – è la dimostrazione di un fenomeno preoccupante: la mancanza di una coerenza e coesione nelle decisioni.

Il presidente della Repubblica, Nicolas Maduro

 

Dal canto suo, il governo del presidente Maduro sembra prigioniero delle proprie paure. Incapace di governare, nonostante abbia in pugno tutto il potere e possa contare ancora con il sostegno incondizionato delle Forze Armate, scommette tutto sull’Assemblea Nazionale Costituente. Sembra che voglia cacciare così i fantasmi di una debacle che non è prossima, ma pare che già si affacci all’orizzonte. Attraverso la “Costituente” spera di eliminare la dissidenza in seno al “Partido Socialista Unido de Venezuela” e annullare i poteri pubblici scomodi – leggasi Parlamento e Procura della Repubblica -. Con l’Assemblea Nazionale Costituente, che assumerebbe ogni potere, spera di azzittire definitivamente l’Opposizione e neutralizzare la protesta che già reprime con estrema violenza. L’Assemblea Nazionale Costituente conferirebbe poteri illimitati, malcelati da una parvenza democratica.

La Procuratrice Luisa Ortega Diaz

 

Il 30 luglio, quindi, è interpretato da governo e Opposizione come l’ultima spiaggia. Il primo è sicuro di giocarsi la permanenza nel potere; l’altro, la propria sopravvivenza. Per i deputati dell’Opposizione e per i funzionari del Ministero Pubblico, fedeli alla Procuratrice Luisa Ortega Diaz, poi, la realizzazione della “Costituente” potrebbe rappresentare la differenza tra la libertà e il carcere. La miccia purtroppo è stata accesa e nessuno, pare, sia in condizione di spegnerla. O, forse, nessuno realmente lo desidera.

Mentre il conflitto politico pone a confronto due modi diversi di interpretare il Paese, la crisi economica pare destinata ad aggravarsi pesantemente nelle settimane successive all’elezione della “Costituente”. Il governo di Donald Trump ha minacciato sanzioni. E chissà se per una volta non si limiti solo alle parole. L’amministrazione Trump ha assicurato che studia provvedimenti severi da applicare qualora il presidente Maduro, e il suo governo, realizzino l’elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente. E’ facile intuire l’orientamento di tali provvedimenti punitivi: petrolio e finanza.

L’economia del Venezuela dipende dai proventi derivati dalla vendita di greggio.

 

L’economia del Venezuela, in un 95 per cento, dipende dai proventi derivati dalla vendita di greggio. Il Paese, stando a esperi in materia, produce sì e no 2,1 milioni di barili di petrolio al giorno. Di questi, tra i 500mila e i 600mila sono consegnati a Cina e Russia per pagare il debito accumulato in circa 20 anni; altri 500 mila sono consegnati a Petrocaribe e Cuba; 100mila, forse qualcosa di più, sono venduti ai Paesi di Petrocaribe e Cuba con forti sconti; il rimanente, circa 800mila barili al giorno, sono venduti agli Stati Uniti. E sono questi che permettono al Venezuela il flusso di valuta necessario per soddisfare il fabbisogno interno e il pagamento degli interessi e il capitale del debito estero acquisito con consorzi finanziari privati, banche e istituzioni pubbliche di altri Paesi. Qualora gli Stati Uniti dovessero decidere di rinunciare al petrolio venezuelano, nel paese si creerebbe immediatamente un problema di disponibilità di valuta. Se poi il governo di Donald Trump dovesse decidere, come sembra, provvedimenti anche nell’ambito finanziario, al Venezuela verrebbe a mancare la possibilità di realizzare transazioni internazionali in dollari, che è poi la valuta del mercato petrolifero. La crisi di Pdvsa, e quindi del Paese, sarebbe tale da trasformare lo spettro del default in una realtà tangibile. Si chiuderebbero immediatamente le linee di credito tuttora esistenti e, quindi, si bloccherebbe la maggior parte delle importazioni.

Le file di venezuelani per acquistare alimenti e medicine sono sempre più numerose

 

Provvedimenti nell’ambito petrolifero, ovviamente, provocherebbero qualche seccatura anche agli Stati Uniti. Ma sarebbero facilmente superabili. Il buco creato dal Venezuela potrebbe essere immediatamente chiuso dal petrolio proveniente dalla Colombia, dal Messico e dal Canada. E poi vi è sempre l’eccedente nei depositi. Gli Stati Uniti, inoltre, smetterebbero di ricevere i dollari provenienti dalla vendita al Venezuela di circa 200mila barili al giorno di petrolio leggero. Poco male per il colosso del Nord, una tragedia per Pdvsa che con quei 200mila barili rende esportabile il petrolio pesante di cui il Paese è assai ricco.

Nei prossimi giorni il clima politico diventerà incandescente. L’Opposizione premerà sull’acceleratore mentre il governo, si dà per certo, sarà inclemente nella repressione.

E, intanto, il paese è sempre più alla deriva.

Mauro Bafile

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