Più donne al lavoro, tra conquista e salari bassi

Impiegate impegnate in una catena di montaggio alimentare in una foto d'archivio. ANSA / STEFANO LANCIA
Impiegate impegnate in una catena di montaggio alimentare in una foto d’archivio. ANSA / STEFANO LANCIA

ROMA. – Il mercato del lavoro in Italia sta cambiando e i tanti record del mese di giugno ne sono la prova, a partire dell’aumento dell’occupazione delle donne, da sempre il tallone d’Achille dell’Italia. Gli esperti in materia sono concordi nel definire il massimo storico una “buona notizia” per il Paese ma invitano anche a non cedere a facili entusiasmi, visto che ancora meno delle metà delle donne ha un impiego e che spesso per loro le buste paga sono più leggere e la precarietà più forte. Non a caso l’Istat registra un picco anche per il numero dei dipendenti a termine mentre sembra ormai fuori moda il lavoro autonomo. Professionisti, imprenditori, artigiani, commercianti sono sempre meno e il fattore fisco avrebbe il suo peso.

La statistica dei fenomeni sociali, pioniera dell’analisi di genere, Linda Laura Sabbadini, suggerisce prudenza: “ricordiamoci che partivamo da un livello molto basso e siamo ancora a un livello basso”. In Ue compariamo infatti tra gli ultimi posti, lontano dagli obiettivi da raggiungere per il 2010. “In dieci anni l’occupazione è cresciuta di soli due punti, certo meglio di quella maschile che è diminuita ma nella crescita – spiega Sabbadini – c’è anche l’aumento della permanenza a lavoro delle ultracinquantenni in seguito all’inasprimento dei requisiti pensionistici”.

Per la scrittrice Dacia Maraini, da sempre impegnata nella questione femminile, il record dell’occupazione femminile è una conquista da non nascondere, a cui dare “dare spazio” in un’Italia alle prese con le bad news, siamo davanti a “un cambiamento culturale” anche se “le donne sono ancora pagate meno”. In effetti, gli ultimi dati dell’Istat, segnalano per le lavoratici una decurtazione del 12,2% rispetto agli uomini, che diventa del 30,6% se, ed è un paradosso, si fa il confronto tra le posizioni più alte, quelle per cui è richiesta una laurea.

Non c’è comunque alcun dubbio che “è il lavoro dipendente femminile che fa la differenza” in Italia, dice Stefano Patriarca, del team economico di palazzo Chigi. Il record segnato dalle lavoratici porta, infatti, a un apice anche per tutta l’occupazione alle dipendenze (17,7 milioni di unità).

Secondo l’economista la crescita delle donne a lavoro va sostenuta “proseguendo con le politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro”. Sulla stessa linea anche il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte, che sottolinea anche il ruolo giocato dal “lavoro agile” e dalle misure come il “bonus mamma e asili nido”. E’ sul welfare che bisogna insistere anche per la scrittrice Lidia Ravera, che lamenta come anche oggi le donne siano “costrette a scegliere tra maternità e carriera, tra gli affetti e la realizzazione di sé, un’alternativa diabolica”.

Per il sociologo Domenico De Masi, la soluzione c’è e sta nel “taglio dell’orario di lavoro” per tutti, dato che in Italia il lavoratore tipo cumula molto più tempo in ufficio o in fabbrica rispetto al collega francese o tedesco.

(di Marianna Berti/Ansa)