Corea del Nord e Russia, si complica la politica estera di Trump

Trump.
Trump, crisi diplomatiche

WASHINGTON. – “Sarà gestita. Saremo in grado di farlo”. Il presidente degli Stati Uniti è fermo e rassicura sulla Corea del Nord, mentre dà il via alla prima riunione del suo ‘nuovo’ gabinetto alla Casa Bianca, con John Kelly chief of staff al posto di Reince Priebus, come a lanciare la ‘fase due’ della sua presidenza. Sotto il peso però delle tensioni sul piano internazionale che non accennano a stemperarsi, piuttosto si intensificano e si moltiplicano, da Pyongyang a Mosca.

Nelle scorse ore il vicepresidente Mike Pence aveva ribadito che “tutte le opzioni sono sul tavolo” dopo l’ultimo test missilistico effettuato dalla Corea del Nord. Trump da parte sua non aveva mancato di manifestare la sua frustrazione verso la Cina che “parla soltanto”, ha scritto il presidente Usa su Twitter, “ma non fa nulla” mentre, insiste, potrebbe risolvere il problema “facilmente”. Sulla Cina Trump ci contava, in virtù anche forse di quel ‘rapporto personale’ che da subito aveva voluto col presidente Xi Jinping, sperando in una ‘luna di miele’ che lo differenziasse dai suoi predecessori. Come con Vladimir Putin, che però adesso gli assesta un duro colpo annunciando la cacciata di 755 diplomatici americani dalla Russia in ritorsione alle sanzioni contro Mosca approvate dal Congresso statunitense. Modi da Guerra Fredda quasi, eppure Trump aveva promesso di cambiare corso, di provarci quantomeno.

Da oggi però si riparte alla Casa Bianca. Si insedia Kelly. Punto e a capo, detta Trump: ”Borsa ai massimi, disoccupazione ai minimi da 17 anni, salari in aumento e confini sicuri. Niente caos alla casa Bianca”, afferma su Twitter, prime di ricevere Kelly nello Studio Ovale e tesserne le lodi. Per i sei mesi a capo della dipartimento per la Sicurezza Interna “da record”, con “risultati strepitosi” in termini di sicurezza di frontiera e con “pochissime controversie”. Al punto che persino il presidente messicano “mi ha chiamato dicendomi che sono molti meno coloro che si riversano alla frontiera perché sanno che non passeranno”. E fa la sua previsione: Kelly passerà alla storia come uno dei “più grandi” chief of staff “di sempre”.

Così tenta di voltare pagina e possibilmente archiviare una delle settimane più dure ad oggi, dopo la cocente sconfitta su Obamacare, gli scontri nella West Wing che hanno portato alla uscita di scena di Priebus e anche le tensioni irrisolte con Jeff Sessions (oggi per la prima volta dalle critiche, presidente e ministro della Giustizia erano nella stessa stanza ndr). Lo fa portando l’attenzione sui numeri “incredibili” della crescita (2,6%), il basso livello di disoccupazione, l'”entusiasmo” del business.

Riconosce però le sfide internazionali: le chiama “situazioni interessanti” e le elenca: “Corea del Nord, Medio Oriente, molti problemi che abbiamo ereditato dalle scorse amministrazioni. Ma ce ne occuperemo. E ce ne occuperemo molto bene”. Così l’attualità più stringente porta a guardare al Venezuela, verso il quale gli Usa hanno già minacciato sanzioni. In queste ore è giunta l’esplicita condanna di Washington per la violenza del presidente del Venezuela Nicolas Maduro contro la sua gente. Il Dipartimento di Stato si è schierato con la popolazione venezuelana alla “ricerca della piena democrazia” impegnandosi ad assumere “forti azioni contro gli architetti dell’autoritarismo”.

(di Anna Lisa Rapanà/Ansa)