Bce: la parola torna a Draghi, l’euro forte allontana l’uscita da Qe

Ripresa, inflazione e Brexit, i grattacapi di Draghi

ROMA. – La parola torna a Mario Draghi: sarà il presidente a parlare agli investitori, avidi di dettagli su quello che sarà del quantitative easing nel 2018, l’anno del ‘tapering’ e cioè della riduzione progressiva del quantitative easing. Ma di fronte a un’inflazione ancora ferma all’1,5%, e a un’euro che si è apprezzato pericolosamente fino a superare 1,20 dollari la scorsa settimana, Draghi probabilmente eviterà di scoprire le sue carte legando troppo le mani della Bce sulle sue prossime mosse: secondo anticipazioni dell’agenzia Bloomberg, che del resto riflettono le attese correnti, non ci sarà alcuna decisione prima della riunione del 26 ottobre.

Una mossa che serve anche a frenare la corsa dell’euro e con cui la Bce attende una schiarita sulle mosse della Fed, che si riunisce il 19 e 20 settembre e sulle cui prossime scelte potrebbe pesare di più l’influenza di Donald Trump, specie dopo le dimissioni del vice di Janet Yellen, Stanley Fischer.

Il Beige Book della banca centrale americana nota che l’economia continua a crescere, ma fra il “modesto e il moderato”. Un’eccessiva cautela degli americani sull’attesa stretta monetaria farebbe apprezzare troppo l’euro se la Bce apparisse subito troppo determinata a ridurre il Qe, che procede con acquisti a un ritmo di 60 miliardi di titoli al mese fino a dicembre e dovrebbe ridursi, nelle attese, a partire da gennaio.

L’entità della riduzione progressiva resta ancora tutta da vedere. Secondo le indiscrezioni il consiglio direttivo, riunito a cena stasera e poi domani, quando parlerà Draghi, avrebbe ricevuto dai comitati interni diversi scenari, inclusa una revisione della composizione e dei parametri del Qe che potrebbe avere un impatto su quando la Bce si troverà impossibilitata a comprare alcune tipologie di titoli data la scarsità sui mercati.

Francoforte, inoltre, avrebbe rivisto al rialzo la sua stima di crescita per l’Eurozona sul 2017, abbassando invece l’inflazione attesa per il 2018 e 2019. Non sarà facile per Draghi trovare le parole giuste, rivelando quel che basta per convincere i mercati ma non abbastanza da vincolare la Bce.

Ci sono le pressioni dei ‘falchi’: il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha detto che “tutti” vogliono una normalizzazione dei tassi d’interesse. Deutsche Bank, per bocca dell’amministratore delegato John Cryan, ha ribadito che “l’era del denaro facile in Europa dovrebbe finire”. Se gli investitori sono fiduciosi nell’abilità di Draghi nel costruire consenso su una exit strategy il più cauta possibile, sanno che la crescita corre ai massimi di un decennio, e che anche con alcune modifiche, il Qe può arrivare al massimo al prossimo dicembre prima di scontrarsi con l’effetto-scarsità.

Per decidere sul futuro del ‘bazooka’ di Draghi è questione di pochi mesi. E Draghi è ancora una volta chiamato a scelte difficili e a trovare un delicato equilibrio, fra un euro pronto ad infiammarsi, pressioni tedesche, e necessaria gradualità: almeno cinque paesi – Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Grecia e Irlanda, non sono affatto impazienti di vedere una normalizzazione della politica monetaria.

(di Domenico Conti/ANSA)

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