Hillary pronta a contestare la legittimità di Trump presidente

Hillary e Tramp durante un dibattito in campagna elettorale
Hillary e Tramp durante un dibattito in campagna elettorale
Hillary e Tramp durante un dibattito in campagna elettorale

WASHINGTON. – Il ‘Russiagate’: lo stesso Donald Trump aveva definito l’inchiesta la ‘nube’ che pende sulla sua presidenza. Adesso l’ex rivale Hillary Clinton si dice disposta a contestare la legittimità di Trump presidente se da quell’inchiesta, che corre su più filoni, dovesse emergere un’influenza della Russia sul voto più profonda di quanto immaginato finora.

Questo mentre si avvicendano i ‘personaggi’ del”intricata vicenda all’attenzione degli inquirenti: dall’ex manager della campagna di Trump, Paul Manafort, all’avvocato personale del tycoon, il fedelissimo Michael Cohen. Ruoli e responsabilità restano tuttavia ancora da essere definiti.

Da parte sua Clinton aveva sempre detto di aver subito concesso la vittoria a Donald Trump e di aver partecipato alla cerimonia del suo insediamento solo per spirito di dovere, per garantire un pacifico passaggio di poteri nel Paese. Del resto – ha spiegato l’ex candidata democratica in una recente intervista alla rete televisiva pubblica Npr – non crede esistesse un meccanismo per sfidare davvero il risultato dell’Election Day.

Parole giunte dopo l’audizione davanti alla commissione intelligence del Senato di John Podesta, l’ex presidente della sua campagna elettorale. Oggi invece quella stessa commissione avrebbe dovuto sentire Michael Cohen, collaboratore fedelissimo di Donald Trump balzato all’attenzione degli inquirenti per aver tentato di contattare rappresentanti del Cremlino sul progetto di costruire una Trump Tower a Mosca.

Fin qui nulla di strano, se non fosse che quei contatti Cohen li cercò con Trump già candidato e con la campagna elettorale in corso. Cohen ha commesso un passo falso, irritando gli inquirenti: fornendo la sua versione prima dell’audizione a porte chiuse, e cioè che si trattava soltanto un affare immobiliare” poi abbandonato nel gennaio 2016, “mesi prima delle primarie”. L’audizione è stata quindi rinviata, ma sarà pubblica.

Gli occhi restano intanto puntati su Paul Manafort, dopo le rivelazioni della Cnn secondo cui il governo americano ha intercettato l’ex responsabile della campagna di Trump, prima e dopo le elezioni presidenziali. L’azione di spionaggio è poi proseguita fino all’inizio di quest’anno, quando Trump era già alla Casa Bianca. Tra le informazioni raccolte – in mano ora al procuratore speciale Robert Mueller che indaga sul Russiagate – alcune avrebbero alimentato le preoccupazioni per un’interferenza della Russia sul voto.

Non è chiaro se Trump compaia nelle intercettazioni. Il ‘passaggio’ resta comunque significativo per l’inchiesta i cui toni vanno facendosi decisamente tenaci. Almeno stando a indiscrezioni raccolte dal New York Times secondo cui dopo la perquisizione a luglio della casa di Paul Manafort, Mueller fece giungere un chiaro messaggio all’ex collaboratore del presidente, “ti incrimineremo”.