La Banca Centrale russa salva B&N, capitalismo di Stato avanza

Il governatore della Banca Centrale russa, Elvira Nabiullina (a destra), a un colloquio col presidente Vladimir Putin.
Il governatore della Banca Centrale russa, Elvira Nabiullina (a destra), a un colloquio col presidente Vladimir Putin.

MOSCA. – Il sistema bancario russo traballa. Vistosamente. La Tsentrobank (la Banca Centrale), dopo qualche incertezza, ha dovuto arrendersi e intervenire per salvare la B&N, ultima tessera in un esteso mosaico di fallimenti, dato che a fine agosto se n’è andata gambe all’aria pure l’Otkritie, tra le principali banche private del Paese. Il problema è che il domino potrebbe continuare, portando nelle (capienti) mani dello Stato quel che resta del sistema finanziario ‘indipendente’.

Intanto, la cronaca. La Banca Centrale ha confermato che acquisirà “almeno” il 75% della B&N – Binbank in russo – e il restante 25% resterà nelle mani degli attuali azionisti purché non salti fuori “un buco nero” dai bilanci. Nessun ‘bail-in’, ad ogni modo, né moratorie sulle richieste dei creditori. Il costo va da 3,6 a 5 miliardi di euro. Che si aggiungono agli oltre 14 miliardi appena sborsati per l’Otkritie.

A suscitare preoccupazione però, più che i valori in sé, è la tempistica degli interventi. La Banca Centrale aveva infatti annunciato in estate che il ripulisti del sistema bancario – oltre 400 licenze ritirate dal 2014, ovvero da quando è entrata in azione l’attuale governatrice Elvira Nabiullina – era quasi terminato. Poco dopo, quasi a farlo apposta, è iniziato lo sciame di crack ‘pesanti’: la sensazione è che proseguiranno.

Secondo la Nezavisimaia Gazeta, gli asset tossici detenuti dagli istituti di credito russi sono pari al 7% del Pil e circa il 57% dell’attività del settore fa capo alle cinque banche statali: una realtà che spinge gli attori ‘indipendenti’ a prendere rischi e a “nascondere” tali attività alla Banca Centrale. Di più. Dmitri Tulin, primo vice presidente della Tsentrobank, ha rivolto un appello ai “banchieri stanchi” – cioè chi non vede prospettive di sviluppo per il proprio istituto – di cedere l’attività al Fondo di Consolidamento e uscire così di scena “con dignità”.

L’idea sarebbe quella di aggregare i piccoli e creare una grande banca commerciale “sana” per poi rivenderla. Il problema è: a chi? “I rischi a lungo termine dopo i fallimenti di Otkritie e Binbank crescono”, dice Kirill Lukashuk, direttore dell’ACRA, agenzia russa di rating creditizio. L’incertezza riguarda “l’uscita della Banca Centrale da queste attività”.

Insomma, vista la modesta ripresa, difficile che ci sia la fila davanti alla Tsentrobank per acquistare gli istituti risanati. D’altra parte, la natura stessa dell’economia russa è cambiata profondamente dall’era del turbocapitalismo post Urss. Un dato su tutti. Prima del default del 1998, la presenza pubblica ammontava al 25% nella produzione di beni e servizi, quota che, secondo l’Antitrust, è salita al 70% nel 2015.

In pratica la Russia è sempre più caratterizzata da un “capitalismo statale” che – analizza il professor Valeri Mironov, vice direttore del ‘Centro per lo sviluppo’ della Scuola superiore di economia di Mosca – ha sempre più spesso forme “ibride” e inedite.

(di Mattia Bernardo Bagnoli/ANSA)

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