Referendum: il “Leone veneto” aspetta l’ultima chance

Referendum: il 'Leone veneto' aspetta l'ultima chance
Referendum: il ‘Leone veneto’ aspetta l’ultima chance.

 

 

VENEZIA. – Questa volta il Veneto ci prova senza mitra e ‘carrarmati’ fatti in casa, per via istituzionale. “Diamo fiducia a Zaia per l’ennesima volta, ma vogliamo che ci porti all’indipendenza” chiarisce Luca Peroni, ex comandante del Tanko con cui i “Serenissimi” diedero l’assalto a Piazza San Marco, una notte di maggio del 1997. La questione ‘veneta’ arrivò per la prima volta sulle tv di tutto il mondo, Cnn compresa.

Vent’anni dopo, il Leone di San Marco, che sta su bandiere e fazzoletti di ogni indipendentista che si rispetti, non ruggisce più. Resta in attesa che al Veneto arrivi almeno “il contentino” dell’autonomia. Quella che tante stagioni di Lega e ampolle padane di Bossi non hanno mai portato.

La trattativa con lo Stato: questo agita i sonni degli ex Serenissimi’, come il padovano Flavio Contin, 75 anni, che nel garage di casa nascondeva il vecchio Tanko, mentre costruiva la sua riedizione, la ruspa blindata scoperta dai Ros del 2014. Lui e altri reduci della stagione veneta di ‘attacco’ allo Stato non si fanno illusioni.

“A Roma sono dei delinquenti – dice – ma non sono cretini”. Ce l’ha intanto con la storia della legge regionale sull’esposizione del Gonfalone Veneto, che il Governo ha impugnato giudicandola contro le leggi nazionali. “Lo Stato – sibila – si è comportato come Madrid con la Catalogna, una cosa immonda. Non dovrebbero neanche toccarla la bandiera veneta, la più antica del mondo”.

Poi torna al referendum: “Serve anche questo – riflette Contin – se è propedeutico a darci l’autonomia. Ma a Roma non molleranno, ne sono certo”. Contin nega che alla base di tutto ci siano i soldi: “E’ diverso, anche dalla Catalogna – sottolinea – che ne ha fatto una battaglia politica. In Veneto l’autonomia è un fatto identitario, storico e culturale. Non c’è scelta: o fai la rivoluzione, e butti per aria tutto, o cerchi di avere più dignità, per difendere il frutto del tuo lavoro”. “Zaia sarà costretto ad andare a trattare – prosegue – vedremo…”.

Una data simbolo quella del referendum del 22 ottobre, 151 anni esatti dopo il plebiscito “truffa” che nel 1866 sancì l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. “Dopo 150 anni -sottolinea Luca Peroni – potremo dire la nostra sull’autonomia. E’ un modo di rifare quel referendum truffaldino, una tappa della strada che noi abbiamo aperto con l’azione del 1997”.

“Se vincono i sì – assicura Peroni, presidente del sedicente ‘Veneto Serenissimo Governo’ – noi faremo i garanti, per costringere Zaia, quando sarà a Roma, ad assumersi le sue responsabilità. Vorremmo facesse come Milan Kucan, che nel 1991 portò la Slovenia a staccarsi da Belgrado con referendum popolare”.

Teme invece un’altra volta il miraggio Lucio Chiavegato, ex leader dei Forconi, confluito in ‘Siamo Veneto’, una delle tante sigle della galassia indipendentista. Anche lui, come Contin, è sotto processo a Brescia per l’inchiesta sui ‘Serenissimi 2.0’, che nel 2014 portò all’arresto di 24 ‘patrioti’ lombardo-veneti. “Il referendum va bene – dice – spero al voto vada oltre il 60%. Finalmente ci viene chiesto come la pensiamo. Ma la trattativa con lo Stato sarà un processo di anni, non di mesi. Subito non cambierà niente. Se fossero furbi, a Roma, ci darebbero le briciole, e molti si accontenterebbero”.

“I veneti vadano a votare – conclude Chiavegato – ma questo non è un referendum: è un elettroencefalogramma, per capire se sono ancora vivi”.

(di Michele Galvan/ANSA)