Regionali, governo e opposizione alle corde. E dopo?

 

CARACAS – Governo e opposizione sono alle corde. Le regionali, infatti, sono un appuntamento che né l’uno né l’altro potevano evitare. Obbligato per il Governo, messo all’angolo dalle pressioni internazionali; inevitabile per l’Opposizione che non può cedere spazi politici al “chavismo”.

Le regionali si sono svolte, fin dal principio, tra mille irregolarità, colpi bassi e anomalie al limite della legalità. L’atteggiamento del Governo, le disposizioni del Consiglio Nazionale Elettorale, le risoluzioni della Corte hanno caratterizzato una campagna elettorale a dir poco “sui generis”. Quasi nulla si è detto delle promesse elettorali dei candidati, tanto si è parlato delle decisioni insolite del Consiglio Nazionale Elettorale. Il Governo, attraverso i suoi strumenti di propaganda politica – leggasi radio, televisione e stampa – ha cercato di creare confusione tra le file dell’Opposizione. E’ consapevole delle proprie debolezze; debolezze derivate da quasi vent’anni di governo ininterrotto, promesse incompiute e slogan impregnati di populismo. La perdita di popolarità, per il momento, è stata compensata dal controllo dei poteri politici.

Inutile parlare della decisione della Corte di avallare le scelte del Consiglio Nazionale Elettorale. O della decisione di quest’ultimo di non cancellare dalla scheda elettorale i nomi dei candidati dell’Opposizione che, avendo perso nelle primarie, hanno declinato ogni aspirazione. Queste, come la decisione di chiudere i seggi dominati dall’Opposizione e ricollocare gli elettori in altri assai distanti, altro non sono che manifestazioni di debolezza.

D’altro canto, il Tavolo dell’Unità Democratica non poteva esimersi dal partecipare, nonostante la reticenza di alcune organizzazioni politiche. Non poteva ripetere gli errori del passato. L’Aventino non è mai stata un’alternativa.

Dopo il voto, l’analisi dei risultati. Un trionfo del governo, che gli analisti ritengono poco probabile, sarebbe un duro colpo per il Tavolo dell’Unità Democratica. Ma lo sarebbe anche una vittoria di misura. L’Opposizione ha bisogno di un’ampia affermazione in queste regionali per allontanare l’amarezza e la delusione che hanno prevalso dopo quattro mesi di proteste.

Queste regionali potrebbero cambiare la geografia politica del Paese e modificare gli equilibri di potere. Sono, assieme alle amministrative, la chiave per il contatto con la base, con il cittadino. E rappresentano il trampolino per la conquista di Miraflores.

All’Opposizione non basta affermarsi nelle Regioni più popolose. Deve poterlo fare nella maggior parte degli Stati. Insomma, dimostrare ai venezuelani, ma anche all’estero, che la mappa politica si è trasformata. Agli elettori, per allontanare il senso di frustrazione che li ha accompagnati in questi mesi; all’estero per confermare che ormai il governo non gode più delle simpatie della maggioranza dei venezuelani.

Regionali ed economia

Qualunque siano i risultati di queste elezioni regionali, la crisi economica resta il principale dolor di testa del Paese. Il governo, è giusto riconoscerlo, è riuscito a pagare, anche se con grande difficoltà il debito estero. L’ha fatto tagliando le importazioni. Il Venezuela, ora, è alle porte di nuove e importanti scadenze. Tra fine ottobre e novembre dovrà pagare altri 4 miliardi di dollari. E dovrà farlo nonostante le complicazioni imposte dalle sanzioni dall’amministrazione di Donald Trump. Lo spettro di un “default tecnico” è sempre più vicino e sempre più difficile da allontanare.

Il governo del presidente Maduro, per rispettare le scadenze, dovrà probabilmente sacrificare di nuovo il volume delle importazioni. Quindi, colpendo ulteriormente la qualità di vita dei cittadini e il livello di produzione delle poche industrie che ancora riescono a sopravvivere. La mortalità industriale è tale che, stando a Conindustria, nel paese esistono ancora poco più di 3mila fabbriche. Queste impiegano appena un terzo della propria capacità di produzione. E pensare che, all’inizio del primo governo dell’estinto presidente Chávez erano oltre 15mila.

La crisi economica si riflette nella contrazione del Pil. Stando al Fondo Monetario Internazionale, questo registrerà una flessione del 12 per cento. Negli ultimi quattro anni la contrazione del Pil si stima tra il 30 e il 40 per cento. A questo dato già di per se assai preoccupante, si deve aggiungere lo spettro dell’iperinflazione che si stima possa superare il 2mila per cento nel 2018. Ma già nel 2017 l’inflazione sarà di oltre il mille per cento. Stando a Ecoanalitica, attorno al 1400 per cento.

Il prossimo, quindi, comunque vadano le elezioni, sarà un anno di grosse difficoltà economiche e instabilità istituzionale, il tutto condito da proteste di carattere sociale.

E’ facile intuire che, alle porte di un processo elettorale presidenziale, e in uno scenario di profonda crisi economica, sarà assai difficile che il Tavolo dell’Unità Democratica acceda al dialogo senza insistere nel dettare le proprie condizioni. Le regionali potrebbero rappresentare la scintilla per una negoziazione seria che permetta l’uscita pilotata del chavismo dal potere e la transizione verso un nuovo sistema di governo più aperto, più democratico e, specialmente, rispettoso della Costituzione e della divisione dei poteri.

Ma dal negoziato dovrà venir fuori un accordo di governabilità. In altre parole, Governo e Opposizione dovranno ripercorrere la strada che, nella seconda metà del secolo scorso, condusse al “Pacto de Punto Fijo”. Quel patto, tanto criticato dal “chavismo” che permise al Paese di costruire una solida democrazia, approntare con successo la “politica di pacificazione” del presidente Caldera, dotare il Paese di una solida infrastruttura industriale e offrire agli esuli politici del continente un oasi di libertà democratica. Quel patto che, nonostante le tante smagliature, fu capace di consegnare ai venezuelani una solida democrazia, una democrazia perfettibile, come lo sono tutte.

Mauro Bafile

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