Pensioni: dal governo nuovo calcolo dell’età

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Pensioni: sindacati, pressing su stop età

ROMA. – Un nuovo meccanismo di calcolo dell’aspettativa di vita a cui si aggancia l’età per andare in pensione, con l’obiettivo di rendere per tutti lo scatto più soft, attenuando i picchi e in certi casi fermando, seppur temporaneamente, l’incremento dell’età. A partire dal 2021.

Dopo la proposta sui lavori gravosi, con le 15 categorie da salvare dall’uscita a 67 anni dal 2019, il governo al tavolo con i sindacati propone un sistema che per l’adeguamento dell’età per l’accesso alla pensione consideri la media biennale della speranza di vita ed anche gli eventuali cali (oggi fuori).

I sindacati riconoscono su questo punto “l’apertura” del governo che sostanzialmente va “nella direzione richiesta” (con ‘aggiustamenti’), ma sul resto “le distanze” restano. A partire dalla platea (“troppo limitata”) e dai requisiti (“restrittivi”) al momento previsti per gli esentati da quota 67.

Lunedì prossimo, prima con un confronto ancora tecnico e poi con il tavolo ‘politico’ tra i vertici di governo e sindacati, si tireranno le fila e si vedrà se un accordo è possibile o no. La legge oggi prevede che il calcolo, riferito alla speranza di vita a 65 anni, avvenga sulla base di una formula secca che fa la differenza tra l’ultimo anno del periodo considerato e quello di partenza: in sostanza, l’aggiornamento di fine ottobre ha messo a confronto il 2016 con il 2013, da cui è scaturito l’aumento di cinque mesi (che porterà l’età per la pensione di vecchiaia da 66 anni e 7 mesi a 67 anni nel 2019).

La proposta presentata dall’esecutivo al tavolo tecnico con Cgil Cisl e Uil prevede che, in pratica, dal 2021 l’aspettativa di vita verrebbe calcolata considerando la media del biennio 2018-2019 confrontata con la media del biennio precedente; l’eventuale aumento sarebbe portato sul biennio 2021-2022.

Nel caso invece di calo, questo sarebbe ‘scalato’ nel biennio successivo (2023-2024), che a quel punto resterebbe fermo, senza cioè che aumenti l’età. Per i sindacati gli eventuali cali andrebbero assorbiti subito per il biennio in considerazione e non rimandati al successivo. L’adeguamento (dopo quest’ultimo triennale) resterebbe ogni due anni.

Sul resto dei punti, Cgil Cisl e Uil insistono che sul tavolo non ci sono gli altri temi della previdenza che riguardano in particolare i giovani e le donne e ribadiscono la richiesta di prorogare l’Ape social, che dopo il 2018 scadrà. Sulla platea dei lavori gravosi al momento individuati per essere esclusi dall’aumento a 67 anni (15 categorie, le 11 dell’Ape social più le 4 new entry dei braccianti, siderurgici, marittimi e pescatori, in totale 15-20 mila), la proposta del governo “non va bene e va corretta”, rimarca il segretario confederale della Cisl, Gigi Petteni, chiedendo anche sui requisiti “cose esigibili”: “un’intesa è possibile se veniamo ascoltati”.

“Abbiamo verificato che restano distanze”, che “devono essere colmate”, dice il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti, “chiediamo un intervento sulla platea più ampio. Al momento il pacchetto è limitato, non basta”. Sulla platea “le distanze sono infinite”, insiste anche il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli. Lunedì il confronto finale.

(di Barbara Marchegiani e Alessia Tagliacozzo/ANSA)